EDITORIALE/1
Le novità introdotte dal trattato del 2009 hanno consentito di porre un argine alla crisi economica. Ma ora servono veri passi avanti
Da cinque anni l’Unione europea funziona sulla base del trattato di Lisbona, entrato in vigore nel dicembre 2009. Con questo trattato ha raggiunto una fine “provvisoria” lo sforzo durato molti anni per la modernizzare delle istituzioni e il loro necessario adattamento al rapido allargamento dell’Unione. La speranza di una dinamizzazione dell’integrazione europea attraverso il miglioramento del processo decisionale è stato tuttavia annullato dalla comparsa, quasi contemporaneamente all’entrata in vigore del trattato di Lisbona, dalla crisi monetaria trasformatasi poi in una profonda crisi economica e politica.
La stabilità istituzionale raggiunta con il nuovo trattato ha comunque contribuito al fatto di poter contrastare la crisi con successo, dal momento che è stata adottata una serie di nuove regole e meccanismi utili non solo per la gestione delle crisi ma che hanno anche integrato nell’unione monetaria elementi essenziali ed efficaci nel tempo: il meccanismo europeo di stabilità (Mes) che, a condizioni rigorose, può sostenere gli Stati membri che hanno problemi finanziari; il patto fiscale, che impegna gli Stati membri a una sana gestione finanziaria e alla riduzione dei loro debiti; l’unione bancaria, la quale impone alle banche più importanti regole e controlli rigorosi. Così, sono stati compiuti (o sono in itinere) importanti passi anche verso l’unione politica.
Tutte queste innovazioni, nate al di fuori del sistema delle istituzioni e dei processi comunitari per uscire dalla crisi, dovranno un giorno essere integrate nel trattato, perché siano incluse nella disciplina sovranazionale e sia garantita loro la necessaria durevolezza. Ciò potrebbe offrire l’opportunità di una revisione più sostanziale del trattato di Lisbona, che porti finalmente l’Ue oltre la soglia dell’unione politica che in questo caso significa soprattutto integrazione della politica economica e della politica estera nel processo decisionale comunitario con voto a maggioranza degli Stati membri.
Dopo l’esperienza della crisi degli ultimi sei anni e in relazione alla nuova minaccia della politica russa sotto la guida di Putin, non ci dovrebbe essere nessun dubbio rispetto al fatto che un tale passo sia necessario. Se potrà essere affrontato e se potrà produrre risultati dipenderà dal fatto se si supererà la crisi. Cosa che avverrà solo se tutti gli Stati membri saranno pronti a fare la propria parte. Vale a dire: tutti gli Stati membri devono – nel rispetto delle norme che regolano l’unione monetaria – riformare le proprie strutture e politiche nazionali in modo da riparare i danni e le conseguenze negative causate da decisioni sbagliate assunte da loro stessi. Quale Stato aderente infatti si lascerebbe coinvolgere in un’unione politica con partner che non sono disposti o in grado di rispettare le norme stabilite di comune accordo?
I critici della politica di riforma – che non è facile da implementare perché richiede dai cittadini dei Paesi interessati sacrifici e limitazioni – non vogliono vedere questo collegamento. Invece diffamano le necessaire misure di austerità come fossero una non solidale regolamentazione degli Stati membri, che devono lottare con grande difficoltà a motivo di ardue richieste di riforme. In alternativa alle politiche di riforma concordate nel contesto dell’Unione europea, essi sostengono una politica della crescita, che con notevoli risorse finanziarie del settore pubblico dovrebbe portare fuori dalla crisi. Essi in sintesi vogliono combattere la crisi, che è di fatto il risultato di un eccessivo indebitamento, continuando a contrarre debiti. Ma ciò non può funzionare: anche se nel breve periodo per i Paesi interessati la situazione verrebbe in certa misura alleggerita, la volontà di continuare le riforme necessarie verrebbe raffreddata. Così, la crisi peggiorerebbe e si prolungherebbe. Poiché una crescita duratura è possibile solo sulla base di una sana politica economica e finanziaria.
Con l’indizione per fine gennaio delle elezioni del Parlamento greco il confronto sul modo giusto per uscire dalla crisi ha vissuto una drammatica escalation, dal momento che secondo i sondaggi, il partito di sinistra radicale Syriza potrebbe uscirne vincitore. Il suo leader, Alexis Tsipras, vuole fare marcia indietro rispetto alle già introdotte e gradualmente efficaci riforme e sottrarsi ai cambiamenti e alle misure di austerità promesse dalla Grecia, condizione essenziale richiesta dai partner europei per l’assistenza finanziaria data e per quella promessa. Se le promesse di Tsipras diverranno realtà, la Grecia rischierà la bancarotta.
La crisi valutaria sembra così tornare alle origini. Il periodo di prova del trattato di Lisbona e delle misure introdotte nell’ambito della gestione della crisi per salvare l’unione monetaria sta entrando in una nuova fase.