CONSIGLIO DI CARDINALI
Il segretario del Consiglio di cardinali, Marcello Semeraro, spiega il percorso verso “uno snellimento e semplificazione della Curia romana”
Si è conclusa l’11 febbraio l’ottava riunione del Consiglio di cardinali, il cosiddetto C9, istituito da Papa Francesco per “aiutare il Santo Padre nel governo della Chiesa universale” e per studiare un progetto di riforma della Curia romana. Il 12 e 13 febbraio, in Vaticano, era invece convocato il Concistoro del Collegio cardinalizio per riflettere sugli orientamenti e sulle proposte per la riforma della Curia. In quella circostanza, è stato presentato il cammino compiuto finora dal C9, con una relazione di monsignor Marcello Semeraro, segretario del Consiglio di cardinali. Vincenzo Corrado lo ha incontrato per Sir Europa.
Eccellenza, al Concistoro presenta la relazione sulla riforma della Curia. Quale lo scopo?
“I cardinali, che sono i primi collaboratori e consiglieri del Papa, svolgono il loro compito sia singolarmente nei rispettivi uffici cui sono chiamati, sia collegialmente quando sono convocati insieme per trattare alcune questioni di maggiore importanza. Questo è il caso del Concistoro straordinario. È dunque giusto che, a distanza di poco più di un anno dall’inizio della sua attività, il Consiglio riferisca al Collegio dei cardinali sul percorso compiuto e sul lavoro svolto. Ai cardinali si fa una sintetica relazione sull’attività e sui criteri che hanno guidato la riflessione dei nove membri del Consiglio con l’esposizione di alcuni risultati raggiunti, perché l’ampliamento della consultazione aiuti a migliorarli”.
Qual è lo status attuale dei lavori? Può sintetizzare il cammino compiuto dal C9?
“In gran parte esso è noto attraverso le dichiarazioni del direttore della sala stampa della Santa Sede. Dopo una prima fase, che chiamerei ‘euristica’, perché dedicata alla raccolta d’informazioni e pareri – in gran parte ha occupato i mesi successivi alla notificazione della decisione del Papa sino alle prime sessioni del Consiglio – si è passati alla fase di studio e, quindi, a quella della formulazione di proposte”.
E ora cosa resta da fare?
“Occorre anzitutto completare questa terza fase. Si terrà conto che il Consiglio ha tenuto oltre una cinquantina di riunioni raccolte in otto sessioni (ultima è quella in corso in questi giorni di febbraio 2015), ma si aggiungerà pure che la riforma della Curia romana non è stato l’unico tema trattato. Il Consiglio di cardinali è stato istituito con il primo scopo di aiutare il Papa nella sua azione di governo per tutta la Chiesa e anche questo è stato fatto. Si pensi, solo per un esempio, alla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, che ha concluso in questi giorni i lavori della sua prima plenaria. Intanto, si delineano già alcuni risultati, come quelli, annunciati da tempo, sulla possibilità di raccogliere alcuni Pontifici Consigli in due più grossi Dicasteri”.
A tal proposito, si parla di due grandi poli: laici-famiglia-vita e carità-giustizia-pace. È solo una somma algebrica del preesistente, oppure c’è un diverso modo di pensare e, quindi, di agire?
“Per fare una semplice ‘somma’ non ci sarebbe di per sé bisogno di una riforma. Si tratta, piuttosto, di un ‘ri-pensamento’ in vista di uno snellimento e di una semplificazione della Curia romana, progettato pure nella fiducia che alcuni accorpamenti di Pontifici Consigli diano a essi una maggiore rilevanza, anche esterna, e dunque una maggiore incidenza. La riforma della Curia, tuttavia, potrebbe prevedere la creazione di nuovi Dicasteri, se le circostanze lo richiedono. La prima istanza è l’efficace corrispondenza alla missione salvifica della Chiesa”.
Ma la riforma della Curia è solo un’operazione di semplificazione di strutture? Papa Francesco vuole forse comunicare anche altro?
“Penso che con Papa Francesco le ‘dietrologie’ siano proprio fuor di luogo. È sempre molto chiaro! A me piace leggere il processo di riforma della Curia anche nella linea di quella ‘Chiesa povera’ di cui il Papa parla sin dal principio del suo ministero sulla Cattedra di Pietro. Ricordo alcune parole della sua omelia del 24 aprile 2013 nella cappella di Santa Marta. Ne presi subito nota, perché la settimana seguente ci sarebbe stata una sessione del Consiglio di cardinali. Il Papa disse: ‘E quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una Ong. E la Chiesa non è una Ong. È una storia d’amore… Tutto è necessario, gli uffici sono necessari… Ma sono necessari fino a un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una Ong. E questa non è la strada’. Ritengo che non si debba trascurare questa chiave di lettura per comprendere anche la riforma della Curia romana”.
C’è anche l’auspicio che queste riflessioni ricadano poi sulle Chiese locali…
“Personalmente lo auspicherei. Non è difficile notare che in molti casi, sia a livello nazionale, sia a livello diocesano (e talvolta perfino parrocchiale) quanto all’organizzazione si tenda a imitare… la Curia romana! Avere presente il principio che l’organizzazione deve sempre essere – come dice il Papa – di aiuto alla storia d’amore che ogni Chiesa deve raccontare agli uomini del proprio tempo sarebbe ottimo correttivo e antidoto per alcune tentazioni, che sempre sono in agguato”.