EDITORIALE
L’Isis avanza in Libia e ora minaccia e preoccupa direttamente l’Europa. Il rischio di una guerra più estesa, i compiti della politica internazionale
Lo Stato islamico avanza su territorio libico. Le violenze si moltiplicano: l’uccisione di 21 egiziani copti ne è una tremenda ed evidente riprova. Il governo libico e le forze armate egiziane provano a reagire mentre in Europa ci si interroga sul da farsi… E non si esclude un intervento armato internazionale.
Per quanto temuto, questo sviluppo della crisi libica era prevedibile. Se nel 2011 Sarkozy e Cameron avessero tenuto conto degli insegnamenti che la storia prova a fornirci, si sarebbero accorti che un intervento militare come quello compiuto contro il regime di Gheddafi avrebbe portato a un allungamento della guerra civile, a un conseguente drammatico aumento delle vittime e a una prolungata instabilità nel Paese. Si decise d’ignorare la conoscenza a disposizione per una serie composita di ragioni, fra cui il tentativo di Sarkozy di rilanciare la propria immagine di leader decisionista in vista delle elezioni presidenziali (poi vinte da Hollande), la volontà di controbilanciare il peso della Germania sulla scena europea e quello di sottrarre all’influenza dell’Italia i giacimenti libici di petrolio e gas.
Questo esercizio di politica dal sapore neocoloniale, concretizzatosi in una serie di massicci bombardamenti aerei contro l’esercito di Gheddafi, senza il minimo progetto di ricostruzione di un sistema statale stabile, efficiente e possibilmente democratico, ha permesso la trasformazione della Libia in una sorta di Somalia mediterranea in miniatura. Ormai da oltre tre anni davanti alle coste meridionali europee si trova un territorio in cui le istituzioni statali sono sfaldate, in cui si combattono molte fazioni armate che non hanno intenzione di raggiungere un accordo duraturo e senza che nessuna di esse sia in grado di instaurare un nuovo ordine politico chiaro. In queste condizioni, era evidente che se si fosse materializzato un attore politico-militare più potente e determinato, avrebbe potuto ragionevolmente tentare di colmare il vuoto creatosi, facendo propria la Libia e i suoi importanti giacimenti di risorse naturali. Come abbiamo dolorosamente appreso nell’ultimo anno, adesso quell’attore esiste, è ben armato, ha un progetto di espansione che va da Casablanca all’Iran e utilizza una combinazione di guerriglia e terrorismo, di tattiche antiche come la storia dell’uomo e di strumenti tecnologici.
Fin qui, ciò che sappiamo. Ciò che non sappiamo invece è come gli Stati europei abbiano intenzione di rispondere a questa sfida, che è allo stesso tempo esterna e interna. È giusto parlare di Stati europei perché una volta di più risulta chiaro che l’Unione europea in quanto tale è un attore finora virtuale in politica internazionale. Purtroppo, però, anche molti Stati europei sembrano aver perso la capacità di pensare in termini più puramente politici e di sicurezza internazionale. Al massimo, qualche Stato sa sparare, ma salta agli occhi un’incapacità generale di calibrare le azioni e soprattutto di elaborare piani che abbiano un respiro di medio-lungo termine. La lunga inerzia sulla crisi ucraina ne è l’ennesima testimonianza. Radicati nel benessere e lontani dalle periferie del mondo, dove imperversano violenza e povertà, molti europei presi dai problemi del proprio portafogli non hanno voglia di guardare cosa li circonda, ma può arrivare un momento – diceva Trotsky – in cui è la guerra a occuparsi di noi.
Per fortuna, l’Isis non è ancora in grado di occuparsi direttamente dell’Europa, ma se riuscisse a consolidare il proprio dominio sulla Libia ne trarrebbe vantaggi dal punto di vista strategico-militare, dal punto di vista dell’immagine e da quello economico, grazie al commercio di petrolio su canali non ufficiali. Certamente l’Isis è un nemico dichiarato di tutto l’Occidente, ma prima di lanciarsi in un eventuale intervento in Libia, è indispensabile pensare bene a cosa dovrebbe servire, come realizzarlo e insieme a quali altri Stati. Ad esempio, sarebbe essenziale muoversi sotto l’ombrello delle Nazioni Unite e con il sostegno di altri Stati arabi. Si tratterebbe infatti di guerra vera e se l’intervento dovesse essere risolutivo non durerebbe poco, perché dovrebbe conseguire l’instaurazione di un nuovo ordine politico-istituzionale. È bene pensarci in modo preventivo e accurato.