EDITORIALE

Europa terra di libertà Un bene da coltivare

Alcuni diritti fondamentali sono minacciati, così come le minoranze e le comunità religiose. Occorre un’azione di tutela ad ampio raggio

Il Consiglio europeo informale del 12 febbraio a Bruxelles si è svolto quattro settimane dopo gli attentati di Parigi, due giorni prima di quelli di Copenaghen, e tre giorni prima della decapitazione di ventuno copti egiziani in Libia e della scoperta della profanazione di un centinaio di tombe ebraiche in Alsazia. Questo per dire che il terrorismo di matrice islamista non scomparirà così velocemente dall’Europa.
I nostri capi di Stato e di governo hanno rilasciato una dichiarazione dopo il loro incontro, ma sarebbe irresponsabile far credere che il pacchetto di misure annunciate nel documento consentirà di mettere fine a questa minaccia. Il malessere è più profondo. Nonostante tutti gli sforzi per rafforzare la cooperazione giudiziaria e di polizia, per un migliore coordinamento dei servizi di intelligence e per  una più stretta sorveglianza delle frontiere esterne dello spazio Schengen, è molto probabile che prima dovremo imparare a vivere con l’orrore della violenza islamista e antisemita in mezzo a noi. Dobbiamo, in secondo luogo, essere consapevoli del fatto che il numero delle vittime del terrorismo è molto più elevato al di fuori dell’Unione europea e soprattutto fra le minoranze religiose, in particolare cristiane, nel Medio e Vicino Oriente e nella regione mediterranea. Quanto sta accadendo in Libia lo conferma.
È pertanto necessario insistere anzitutto  sul fatto che i killer di Parigi e Copenaghen non sono venuti dall’esterno. Sono cresciuti con noi, hanno frequentato le nostre scuole con risultati soddisfacenti se non buoni. Hanno dato l’impressione di integrarsi perfettamente. Ma – come ha di recente scritto il filosofo Fabrice Hadjadj – “si sono integrati nel nulla, ed è per questo che hanno finito per sottomettersi a un islam che non era solo in risposta a questo vuoto, ma anche in continuità con il vuoto, con la sua logica di sradicamento globale, di perdita di trasmissione della famiglia, di miglioramento tecnico dei corpi per farne super-strumenti connessi a un dispositivo senza anima…”.
La domanda che dovrebbe quindi inquietare non solo i leader politici d’Europa ma tutti noi, è: quale prospettiva possiamo offrire ai nostri giovani? E, ancora: che senso proporre alla loro vita?
Di fronte a questa missione collettiva, il suggerimento nella dichiarazione dei membri del Consiglio europeo di “definire strategie di comunicazione volte a promuovere la tolleranza, la non discriminazione, le libertà fondamentali e la solidarietà in tutta l’Ue, in particolare  attraverso il dialogo interconfessionale e intercomunitario”, suona particolarmente vuoto e raffazzonato.
Allo stesso modo, ci si può interrogare sulle belle intenzioni di “collaborare con i nostri partner a livello internazionale”, contenute nel testo finale del summit. Che può significare la volontà di “instaurare un dialogo tra le culture e le civiltà per promuovere insieme le libertà fondamentali” se i nostri capi di Stato e di governo non hanno il coraggio di esprimere nello stesso documento le proprie preoccupazioni per le minoranze religiose, e soprattutto cristiane, nel Medio e Vicino Oriente?
Noi non le conosciamo, mentre si fanno uccidere o cacciare dalle loro terre d’origine.  Non le conosciamo, mentre tali minoranze sarebbero i migliori attori di una politica di mediazione. Non conosciamo, o conosciamo troppo poco i nestoriani che insistono sulla natura umana di Cristo; i miafisiti, che invece sottolineano la sua natura divina; i copti egiziani contrari alla dottrina di Calcedonia del 451, che afferma che Cristo è pienamente uomo e pienamente Dio; gli anticalcedoniani in Siria chiamati oggi siriaci; gli assiro-caldei in Iraq vicino ai nestoriani; gli armeni, i fedeli della Chiesa maronita in Libano che proclama Cristo in due nature ma con una sola volontà, e infine i cristiani melchiti di rito bizantino che nel XVIII secolo hanno aderito alla Chiesa cattolica.   
L’Europa è una terra di libertà. Milioni di uomini e di donne, spesso molto giovani, lo hanno manifestato dopo gli attentati in Europa. Tuttavia, per preservare la libertà, dobbiamo difenderla non solo tramite la polizia e la giustizia. Per preservarla  dobbiamo anche coltivarla operando un difficile ma necessario equilibrio tra la libertà di espressione e la libertà religiosa. La coltiviamo anche se assumiamo la libertà di interessarci agli uni e agli altri e se proteggiamo coloro che sono un naturale collegamento tra Oriente e Occidente: i cristiani d’Oriente.