EDITORIALE/2
Corte dell’Aia: negate responsabilità per i genocidi in Serbia e Croazia. Fare tesoro della storia e guardare avanti. Attesa per la visita del Papa
La Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha respinto lo scorso 3 febbraio i ricorsi con cui Zagabria e Belgrado si scambiavano reciproche accuse per i genocidi avvenuti durante le guerre balcaniche nei primi anni Novanta del Novecento in seguito alla dissoluzione della ex-Jugoslavia. Questo verdetto inappellabile, atteso da ben 16 anni, confermando che né la Serbia né la Croazia hanno commesso, l’una ai danni dell’altra, il crimine di genocidio, pur avendone commessi altri molto gravi, sembra aprire finalmente la strada alla normalizzazione dei rapporti fra i due più grandi Paesi dei Balcani Occidentali.
Un pronunciamento – non privo di ombre – che potrebbe archiviare la guerra che, tra il ’91 e il ’95, ha seminato migliaia di vittime, promettendo l’inizio di un periodo di pace duratura e di cooperazione economica e politica teso a favorire la prosperità non solo di questi due Paesi ma di tutta la regione balcanica.
Adesso, una volta chiaro ad ambedue le parti che ogni crimine dovrebbe avere un suo nome e un suo volto, tocca al sistema giudiziario, nonché alla volontà politica dei rispettivi governi di occuparsene, ossia di rivelare tutta la verità rimasta per vent’anni all’ombra dei giochi politici dopo la fine delle guerre balcaniche.
È in primo luogo un dovere che Serbia e Croazia hanno nei confronti della storia e soprattutto nei confronti delle vittime innocenti di violenze incredibilmente cruente consumatesi nel cuore dell’Europa come risultato di un odio istigato intenzionalmente tra le diverse etnie e religioni, sfruttando i pregiudizi e l’odio di tempi che sembravano essere per sempre passati in un Paese che, per quasi cinquant’anni nel Secondo dopoguerra, si è attribuito il merito di averli superati con la formula dell’unità e della fratellanza sulla quale si basava la Jugoslavia multietnica, posizionata tra i due blocchi politici e militari del periodo della “guerra fredda” come uno dei leader dei cosiddetti paesi “non allineati”.
Il verdetto del Tribunale dell’Aia è stato atteso ma anche “prevedibile”, accolto, a quanto pare, dai rappresentanti dei due governi con finta insoddisfazione, probabilmente per non ammettere che per ragioni politiche, in tutti questi anni, nell’opinione pubblica hanno suscitato false speranze relativamente a una loro rivincita, seppure tarda, facendosi sfuggire la possibilità di rinunciare molto prima a questo processo, risparmiando, se non altro, le ingenti spese per la difesa. Mettersi d’accordo in modo diretto – mediante un serio e oggettivo esame delle vicende della guerra e delle relative responsabilità – poteva certamente essere rischioso e far perdere, su entrambi i lati, quegli elettori di alto profilo nazionalistico le cui profezie apocalittiche adesso annunciano un ulteriore peggioramento dei rapporti serbo-croati.
Ma la politica ufficiale serba e croata in questo momento è ben diversa e guarda al futuro, contando più sull’appoggio della società civile a favore dell’Europa che agli oscuri partner di una volta, oggi provenienti dalle fila dei vecchi servizi segreti e militari coinvolti nelle vicende belliche, ora rimasti fuori dal sistema e legati a certi ambienti clericali che, dopo le guerre balcaniche, si sono apertamente dichiarati quali precursori e protettori dei più famosi criminali di guerra prima che fossero consegnati al Tribunale dell’Aia.
Cosa spera la gente comune dei Balcani Occidentali? Perché aveva seguito con interesse le reciproche accuse tra la Croazia e la Serbia, ricordando un effettivo genocidio, cioè il massacro di Srebrenica nella Bosnia-Erzegovina nel 1995? La gente comune sembra voler finalmente voltare le spalle al passato con la piena coscienza che per molti la giustizia arriva troppo tardi e chi vuole vivere nella regione balcanica non può far altro che perdonare, guardare avanti. E cercare, secondo le parole all’annuncio della visita a Sarajevo di Papa Francesco il prossimo 6 giugno, di consolidare la fraternità e la pace, il dialogo interreligioso, l’amicizia tra questi popoli che hanno già sofferto tanto e che oggi con la crisi economica globale e locale si trovano nella situazione in cui occorre solamente un filo di speranza in una vita migliore.