UNGHERIA
I rapporti del governo con Mosca e Ankara destano forti perplessità in Europa. Il premier Orbàn sospetta dell’Ue. E l’Ue ricambia
L’Ungheria in queste settimane ha fatto di nuovo parlare di sé. Paese al confine tra occidente e oriente, ha aderito all’Ue dal 2004, ma nella storia antica e recente ha visto il suo territorio attraversato e razziato da Mongoli, Ottomani, Austriaci e Sovietici, e la sua economia e il suo popolo asserviti agli interessi di altri. Quasi 10 milioni di abitanti, disoccupazione poco sotto il 10%, una crescita del Pil nel 2014 al 3,3%, e previsioni di crescita nel 2015 stimate a +2,5%. A riaccendere i riflettori sull’Ungheria c’è stata, soprattutto, la recente visita di Vladimir Putin a Budapest, il primo viaggio del presidente russo in un Paese Ue da quando è esploso il conflitto in Ucraina.
L’influenza di Mosca. Il viaggio di Putin – il 17 febbraio – in Ungheria ha destato sospetti ed è stato definito da ampia parte della stampa occidentale come una mossa con cui “Mosca ha voluto riaffermare la sua influenza sull’Europa dell’est”. Poi si è stigmatizzata la cordialità con cui il primo ministro ungherese, Viktor Orbàn, lo ha accolto. Sul tavolo c’erano da ridiscutere gli accordi sulla fornitura di gas dalla Russia e un finanziamento sull’energia nucleare. Una parte dell’opinione pubblica però non ha apprezzato e circa duemila persone sono scese in piazza alla vigilia della visita, per esprimere opposizione a Putin e ricordare al proprio premier il legame con l’Ue. Fonti stampa ungheresi hanno invece descritto l’incontro come “dialogo riuscito”, in cui Orbàn avrebbe “mantenuto la propria posizione come alleato dell’occidente” (Nézõpont), e avrebbe “portato avanti la sua realpolitik senza negare i valori e gli interessi della Nato e dell’Ue”. Certo Orbàn si è più volte pronunciato sulla necessità dell’Ue di tenere aperto il dialogo con Putin per giungere a una soluzione pacifica della questione ucraina (tra l’altro in Transcarpazia vive una forte minoranza ungherese) e aveva previsto che le sanzioni dell’Ue alla Russia avrebbero fatto danni anche alle economie europee come di fatto sta avvenendo.
Gli amici del premier. Dopo Putin, a Budapest è arrivato il primo ministro turco Ahmet Davutoglu perché è alla Turchia e alla sua forte espansione economica che Orbàn guarda, e ovviamente al suo gas. Sono stati firmati una lunga serie di accordi commerciali in previsione di un gasdotto proveniente dalla Turchia (per il quale, però, le opposizioni politiche interne dicono che non ci sono soldi), e l’Ungheria ha promesso il suo appoggio nell’iter turco di adesione all’Ue. Nel corso di una conferenza stampa Orbàn ha affermato che l’Ungheria dovrebbe studiare “la formula turca del successo” e ha fatto riferimento al fatto che “in Turchia la famiglia ha la più alta considerazione rispetto agli altri Paesi europei”, per cui “se lottiamo per il successo dobbiamo prendere sul serio la famiglia”. I partiti di opposizione hanno reagito fortemente: un’internazionale di “Paesi illiberali e isolati si sta formando attorno all’Ungheria”, ha affermato Attila Ara-Kovács, capo della Coalizione democratica: “L’Ungheria si cerca amici tra i Paesi che nessuno vuole” e dove “la democrazia viene smantellata”. È stata contestata la fiducia con cui Orbàn guarda alla Turchia e ribadita la necessità di passare attraverso un’azione in materia energetica concertata con l’Ue.
Un piccolo segnale. Poi ci sono state le elezioni politiche parziali, il 22 febbraio, nella circoscrizione di Veszprem, Ungheria occidentale, per sostituire in parlamento Tibor Navracsics, divenuto commissario europeo. Il suo posto – uno dei 133 seggi del partito del premier Orbàn, Fidesz, che garantiva un’ampia maggioranza dei due terzi in parlamento – è passato a Zoltan Kesz, candidato indipendente sostenuto dai partiti dell’opposizione di sinistra, che ha incentrato la sua campagna sulla lotta alla corruzione. La perdita di questo seggio è stata letta come un segnale di uno sgretolamento in corso nell’opinione pubblica ungherese e un crescente rifiuto delle politiche di Orbàn, che negli anni scorsi, forte di tale maggioranza dei due terzi in parlamento, è riuscito a cambiare la Costituzione e varare radicali modifiche legislative che l’Ue ha più volte bollato come “illiberali”. Solo nel caso della tassa prevista sui servizi internet Orbàn ha dovuto fare marcia indietro, perché aveva visto la sua popolarità incrinata da dimostranti e opinione pubblica contrari al provvedimento.
Cambiamenti in vista? Viktor Orbàn non ha mai fatto mistero della sua opposizione ideologica al modello occidentale e lo ha ribadito nel proprio discorso di inizio anno in parlamento, il 27 febbraio scorso: “Il multiculturalismo liberale non è in grado di rispondere alle sfide con cui è confrontata l’Europa oggi”. “Il governo ha abbandonato la politica economica neoliberale, la politica di austerità e la politica sociale liberale che non riconosce il bene comune e rifiuta la cultura cristiana”, ha spiegato. Infatti Orbàn dichiara di difendere la famiglia, l’istruzione religiosa nelle scuole e la chiusura dei negozi la domenica. Intanto l’Ue osserva, non senza lanciare qualche segnale di allarme, e il pur parziale risultato del voto suppletivo ha fatto affermare a diversi eurodeputati che “forse in Ungheria possiamo attenderci dei cambiamenti”.