EDITORIALE
Una risoluzione dell’Europarlamento segnala le effettive disparità tra i sessi, salvo poi tornare a citare, equivocamente, il ricorso all’aborto
La parità tra donne e uomini, quella reale e sostanziale, quella che riguarda diritti, libertà e doveri, è di là da venire, in Europa come nel resto del mondo. Distanze abissali separano in moltissimi casi bambine, ragazze e donne dal “pianeta maschile”: distanze (non “differenze”, ma vere e proprie forme discriminatorie) elencate con una certa precisione nella risoluzione approvata il 10 marzo dal Parlamento europeo. La quale indica, tra i campi in cui permangono maggiori squilibri tra i sessi, lo scarto salariale, le possibilità di carriera, l’indipendenza economica, l’equilibrio tra vita professionale e familiare, il congedo parentale. Tra i problemi che si avvertono maggiormente resta in primo piano quello della violenza, e in particolare la violenza (fisica, psicologica) tra le mura di casa; non di meno persiste un atteggiamento sessista diffuso negli ambienti di lavoro, nei media, nella pubblicità.
“Occorre cambiare le politiche per raggiungere l’uguaglianza di genere tra donne e uomini”, è quindi il messaggio che arriva dall’Europarlamento. Gli eurodeputati hanno dato il via libera a una risoluzione non legislativa, che non ha dunque valore contraente per gli Stati membri dell’Ue, ma possiede semmai un valore “politico”, indicando la sensibilità maggioritaria che attraversa l’emiciclo di Strasburgo.
“Il cambiamento” delle leggi, dei costumi, dei comportamenti privati e pubblici, dell’opinione pubblica, “è troppo lento e i diritti delle donne ne soffrono. Tuttavia, la maggioranza dei voti dimostra che il Parlamento europeo”, ha dichiarato il relatore, l’eurodeputato belga Marc Tarabella, “si batte per la parità salariale, contro la violenza sulle donne, per il congedo di maternità e per il diritto all’aborto”. La risoluzione – val la pena ricordarlo per dovere di cronaca – è passata in aula con 441 voti a favore, 205 contrari e 52 astensioni.
Se dunque i rappresentanti dei cittadini europei operano con una certa puntualità nel segnalare che effettivamente per le donne – non tutte, ovviamente, ma una significativa parte di esse – la vita è più dura e irta di ostacoli rispetto agli uomini, ci si domanda quale “valore aggiunto” possa effettivamente portare nella direzione dell’uguaglianza la definizione di un presunto “diritto all’aborto”. Forse la formulazione della risoluzione lascia spazi a interpretazioni controverse, del resto al numero 45 si legge esplicitamente che il Parlamento “insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto” . Tra i passaggi equivoci si legge ancora, al numero 44, che “vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei Paesi in cui la procedura è legale e in quelli in cui è vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanità, 2014)”.
La votazione in aula ha quanto meno ribadito, con un emendamento, che le politiche in materia di salute e diritti sessuali e riproduttivi e nel campo dell’educazione sessuale sono di competenza degli Stati membri; è il principio di sussidiarietà che, se non risolve il rischio di una deriva abortista, pone almeno dei punti fermi legati alle competenze nazionali.
Risoluzioni sul tema uomo-donna ricorrono una volta all’anno; ma già il 12 marzo l’Euroassemblea è chiamata ad approvare un’altra risoluzione, questa volta concernente i “diritti umani e la democrazia nel mondo”, dove, inutile dirlo, compare un’altra volta il tema dell’aborto. Il documento, complessivamente condivisibile, è composto da una cinquantina di pagine, e parla di diritti umani fondamentali, dei diritti politici, denuncia la tratta di esseri umani, difende la libertà di espressione e di credo religioso, contrasta la tortura e la pena di morte. Non manca un ampio capitolo sui “diritti Lgbti”, e poi, qua e là, emerge il nodo dell’accesso all’interruzione volontaria della gravidanza, formulato in maniera da apparire non un dramma, quale sempre è, bensì come una possibilità, se non un diritto, da assicurare alla donna quale emblema della propria libertà. Ma, da che mondo è mondo, la strada della libertà non passa sopra la testa di altri esseri umani – in questo caso il concepito – né tanto meno dalla solitudine e dal dolore che prova una donna spinta a rinunciare al figlio che porta in grembo.