EDITORIALE/2

Fisco e concorrenza: ” “il possibile ruolo dell’Ue

Il dibattito su imposizione fiscale e lotta all’evasione, soprattutto per le società multinazionali, sta tenendo banco a livello comunitario

Forme di concorrenza fiscale sono già esistite nel Medioevo, ma la loro crescita è legata alla maggiore mobilità di persone e di capitali. Notevole a partire dalla metà del XIX secolo, la concorrenza fiscale è divenuta una pratica corrente con lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione. Non è condannabile in sé, ma occorre evitare che questa concorrenza diventi sleale, in particolare in un’entità come l’Unione europea con il suo grande mercato comune. A seguito di recenti rivelazioni sugli accordi fiscali di multinazionali con il Lussemburgo e altri Stati membri Ue, la Commissione europea ha annunciato nuove iniziative e il Parlamento europeo ha creato una commissione speciale.
Affinché la concorrenza fiscale non diventi dannosa e serva l’interesse generale, i governi devono assicurarsi almeno due cose e rispettare un principio. In primo luogo, le basi imponibili sulle quali si applica l’aliquota devono essere comparabili. Ma oggi all’interno dell’Unione europea – sola scala pertinente e realistica per le imposte delle società – esistono diverse definizioni di base imponibile e vengono ammesse molte eccezioni come hanno dimostrato le rivelazioni del LuxLeaks. Inoltre possono essere concepite diverse aliquote fiscali tra Paesi e territori a livello di sviluppo economico differente. Un’impresa in un’area remota avrà, ad esempio, più difficoltà nell’accesso a mercati lontani… Si tratta dunque di validi motivi per giustificare una differenza di imposte sui redditi delle società. Tuttavia, all’interno dell’Ue sarebbe saggio rispettare una “forchetta” entro la quale le tariffe possano muoversi per evitare ogni slittamento. Infine, il principio guida per la tassazione delle imprese in Europa dovrebbe essere il seguente: il profitto deve essere tassato là dove si è generato.
È alla luce di tali considerazioni che occorre valutare le misure annunciate a inizio di febbraio dalla Commissione europea per porre fine alle “pianificazioni fiscali” aggressive delle multinazionali che ci scandalizzano quando appaiono sui media. Così, Margrethe Vestager, commissario Ue alla concorrenza, ha annunciato il 3 febbraio un’indagine ufficiale nei confronti di un sistema di accordi fiscali del Belgio con talune multinazionali. Per la prima volta questa indagine non comprende un caso specifico – come è il caso degli attuali dossier riguardanti Starbucks nei Paesi Bassi, Amazon e Fiat in Lussemburgo o Appel in Irlanda – ma un regime di favore nel suo complesso. Poi, il 18 febbraio, Valdis Dombrovskis, vicepresidente della Commissione, ha annunciato per metà marzo la presentazione di un emendamento alla direttiva sulla cooperazione amministrativa per introdurre lo scambio automatico di informazioni sui “récrits fiscaux”, termine tecnico per designare tali accordi. Per ora questa direttiva ha riguardato essenzialmente lo scambio automatico di informazioni sui dividendi e i guadagni. Infine, la Commissione ha annunciato per il mese di giugno un piano d’azione per rilanciare la proposta di una base imponibile consolidata per l’imposta sulle società (Cctb) che è un vecchio “mostro marino” a Bruxelles e la cui ultima proposta risale al 2011.
Il Parlamento europeo ha da parte sua creato una commissione speciale in materia di accordi fiscali tra governi e grandi imprese internazionali. Essa ha tenuto la sua prima riunione lunedì 9 marzo a Strasburgo sotto la presidenza dell’eurodeputato francese Alain Lamassoure. Per sei mesi terrà audizioni con esperti e si recherà inoltre in alcuni Paesi per farsi idee più precise e per studiare tutte le pratiche fiscali discutibili dal 1991 prima di presentare una lista di raccomandazioni.
Queste iniziative, raddoppiatesi a livello globale grazie ai programmi d’azione del G20 e al lavoro dell’Ocse, fanno sperare di ridurre l’evasione e le strategie illegali di ottimizzazione fiscale da parte delle grandi imprese. Come le persone e le famiglie molto ricche, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso esse si sono abbandonate a degli eccessi. Tuttavia, il loro contributo fiscale è necessario per ridurre le disuguaglianze di reddito che oggi minacciano la stabilità globale. Oggi dobbiamo tornare alla normalità e occorre sperare che l’Europa svolga in questo un ruolo chiave.