EDITORIALE
Alla vigilia del Consiglio europeo del 19-20 marzo l’attentato di Tunisi ha “fatto irruzione” nella politica comunitaria. Quale risposta dai 28?
Alla vigilia del Consiglio europeo “di primavera” – come si dice a Bruxelles – il tragico attentato di Tunisi ha di nuovo impresso una inaspettata virata alla riunione dei capi di Stato e di governo. Il vertice, fissato da mesi, doveva discutere di tre argomenti: Unione dell’energia, economia (investimenti, crescita, occupazione, politiche di bilancio) e “affari esteri”, con in primo piano i casi dell’Ucraina e della Libia. Ma, come avvenuto infinite altre volte, la cronaca ha fatto irruzione al palazzo Justus Lipsius, dove si danno appuntamento i leader nazionali, rettificando l’asse del dibattito. Perché, ovviamente, quanto accaduto in Tunisia non può lasciare indifferente l’Europa: per ragioni umanitarie, politiche, geostrategiche, migratorie, economiche…
Sì è così ripetuta una condizione strutturale del processo di integrazione: ovvero a livello europeo si procede su temi e con ritmi definiti in un’agenda di medio-lungo periodo, mentre al di fuori delle sedi Ue la realtà scorre con altre urgenze e differenti priorità. Non si può affermare che il cammino dell’Unione sia avulso dalla storia; sarebbe al contempo ingiusto e ingeneroso. Ma è possibile osservare che i tempi della politica comunitaria spesso non corrispondono alle esigenze imposte dall’attualità, dalle accelerate “sfide globali”, dalle emergenze che si profilano – nei più svariati ambiti – entro e al di fuori dei confini Ue.
Si potrebbe osservare che, da sempre e ovunque, la politica, nella sua accezione democratica, ha bisogno di tempo: per conoscere i fatti, per studiare soluzioni nel rispetto delle regole vigenti e delle risorse a disposizione, per costruire un consenso attorno alle risposte da fornire. E se la politica su scala nazionale necessita di tempi adeguati, quella europea ne ha bisogno a maggior ragione se si considera che ogni decisione va presa mettendo più o meno d’accordo una pluralità di “teste” e di interessi.
Non stupisce dunque che mentre le prime pagine dei giornali e i siti web rincorrano, illustrino e commentino l’immediato, le riunioni nelle istituzioni europee stentino a ingranare la marcia, fornendo l’impressione di restare sempre spiazzate dalla quotidianità. È il caso – per fare un esempio lampante – della difficoltosa risposta fornita dall’Ue e dai suoi Stati membri alla crisi finanziaria ed economica palesatasi nel 2008. Ma, per fare ancora un esempio, si potrebbe citare il caso delle migrazioni: mentre i barconi affondano nel Mediterraneo e i Paesi del sud Europa restano pressoché soli ad accogliere i profughi, a migliaia di chilometri si discute se e in che modo l’Ue nel suo insieme debba farsi carico non solo di un asettico “fenomeno migratorio”, ma di una vera urgenza umanitaria, con migliaia e migliaia di vite da salvare.
In questi giorni, dunque, il Consiglio ha proseguito la sua marcia di lento e prudente avvicinamento all’Unione dell’energia, ha nuovamente discusso di “semestre europeo”, di riforme economiche, di Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, del salvataggio greco, del ruolo della Bce. Nel frattempo a Tunisi, in Libia, nelle regioni orientali dell’Ucraina e in Medio Oriente rimanevano “in prima pagina” il terrorismo, il Califfato, la guerra in Siria, la prepotenza della Russia, la sicurezza dei cittadini…
Due percorsi – quello dell’integrazione Ue e quello della stretta cronaca – in apparenza indifferenti e distanti, ma costretti a incrociarsi, di frequente e in maniera repentina, influenzandosi reciprocamente. Come degli anomali binari: paralleli eppure tante volte in grado di convergere, di sovrapporsi e persino di collidere. Da una approfondita valutazione degli esiti del summit del 19-20 marzo si potrà misurare se e quanto le vicende degli ultimi giorni abbiano impresso una scossa all’Unione europea.