EDITORIALE/2
La costruzione europea sconta diversi limiti. Ma la festa del 9 maggio può fornire l’occasione per ribadirne il ruolo e alcune indubbie acquisizioni
“Ciò che l’Europa distrutta, occupata ed emarginata ha fatto dopo la seconda guerra mondiale è davvero incredibile: ha semplicemente rotto lo sterile ciclo delle guerre e dei trattati di pace, punti di equilibrio effimeri, che ha sostituito con un ordine internazionale senza precedenti. In tal modo, questo spazio di cataclismi bellici per eccellenza è riuscito ad espellere la guerra dal suo orizzonte”. In un recente saggio, da cui è tratta la citazione, Elie Barnavi, professore di Storia all’università di Tel Aviv ed ex ambasciatore d’Israele in Francia, ha ricordato che la portata dell’irruzione di una pace duratura in Europa si misura sulla scala della storia dell’umanità. Essa è diventata possibile grazie alla dichiarazione di Robert Schuman.
Elaborato da Jean Monnet, questo testo è stato presentato il 9 maggio 1950 dall’allora ministro degli Affari esteri alle autorità tedesche, che hanno immediatamente accolto il suo principio di fondo, ovvero la condivisione della gestione di materiali strategici quali carbone e acciaio. Altri quattro paesi – Belgio, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi – si sono rapidamente mobilitati intorno a questa idea e i sei hanno formato la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (1952). Nel corso degli anni e dopo molte trasformazioni, tra cui il progetto di creare un grande mercato con regole comuni e la nascita di una moneta unica, questa è diventata l’Unione europea oggi con i suoi ventotto Stati membri. Oggi questa Europa è ammaccato e screpolata. È accusata di intromettersi troppo – si pensi agli agricoltori – o non abbastanza – ad esempio nella gestione delle frontiere e dell’immigrazione – nella vita degli Stati membri. Viene messa in dubbio per la sua impotenza nella crisi ucraina e la sua quasi assenza in Medio Oriente. L’istituzione che ne è il motore, la Commissione europea, è dunque criticata da alcuni per la sua mancanza di ambizione per liberalizzare il commercio con il resto del mondo… Allo stesso modo viene invitata a vigilare sulla stabilità macroeconomica e – per farlo – a verificare le politiche di bilancio: ma per questo viene mossa alla stessa Commissione l’accusa di ingerenza nelle finanze pubbliche della Grecia e di molti altri membri della zona euro. L’Esecutivo – e l’Ue nel suo complesso – viene messo in discussione per la sua incapacità di organizzare un’economia più sobria, meno avida di energia e meno sprecona di cibo, senza essere peraltro al riparo da insulti per le sue direttive ambientali. E la litania si potrebbe prolungare…
L’Unione europea e le sue istituzioni sono oggi il punto focale degli anatemi di tutti i partiti populisti europei, che hanno ovunque il vento in poppa, mentre si è indebolita la difesa del progetto europeo da parte dei partiti di tradizione democratica ed europeista.
Esattamente da 30 anni, ossia dal 1985, il 9 maggio – che ricorda la Dichiarazione Schuman – è la giornata dell’Europa. Occorrerebbe valorizzare maggiormente tale festa per dire anche bene di questa Europa, delle sue leggi per regolare meglio le banche e la finanza, della sua azione a favore del clima e contro la povertà nel mondo, delle sue iniziative per migliorare la trasparenza fiscale, dei programmi per la cultura o di quelli attuati per proteggere i consumatori, oppure del suo ruolo sottovalutato nella lotta contro il terrorismo. Dovremmo moltiplicare – non solo in occasione di questa giornata – il nostro impegno a promuovere i principi dell’integrazione europea e lavorare per il suo miglioramento. Servono anche persone che dicano in pubblico, con argomenti consapevoli e con passione, che il bicchiere è certamente mezzo vuoto, ma che è anche mezzo pieno.