REGNO UNITO
Le elezioni del 7 maggio hanno visto il trionfo del premier uscente Cameron. Ottimo risultato per gli scozzesi. Nel 2017 referendum sull’Ue
Gli elettori del Regno Unito sorprendono l’Europa e assegnano al premier uscente, David Cameron, conservatore, la maggioranza assoluta in parlamento. Successo degli indipendentisti scozzesi, crollo di laburisti, liberaldemocratici e Ukip (antieuropeisti inglesi). Crescono, nel complesso, i vari nazionalismi all’interno del Regno (oltre agli scozzesi, i gallesi e i nord-irlandesi), sempre meno “unito”. E Cameron ribadisce la volontà di convocare il referendum sulla permanenza o meno nell’Ue per il 2017. Argomento che ovviamente allarma Bruxelles, da dove è subito arrivata una dichiarazione del presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk: “Conto che il governo britannico perori la causa della permanenza del Regno Unito nell’Ue: una Unione migliore è nell’interesse non solo della Gran Bretagna, ma di tutti gli Stati membri”. Più o meno sulla stessa linea le altre istituzioni comunitarie, ossia Europarlamento e Commissione. Resta il fatto che la storia britannica sembra aver compiuto con le elezioni del 7 maggio una inversione a “u”. A riflettere con Silvia Guzzetti per Sir Europa sulle elezioni britanniche più rivoluzionarie del dopoguerra è Clifford Longley, cattolico, commentatore della Bbc, ex corrispondente religioso del “Times” e del “Daily Telegraph”.
Si parla di una crisi tra l’Inghilterra, rappresentata dal partito conservatore di David Cameron, che ha vinto le elezioni di settimana scorsa, e la Scozia che, inviando a Westminster ben 56 parlamentari indipendentisti, vuole più autonomia dal potere centrale. Come stanno realmente le cose?
“La situazione in cui ci troviamo adesso è più complicata di quella che avremmo avuto se gli scozzesi avessero detto sì all’indipendenza lo scorso settembre. In quel caso la Scozia sarebbe diventata un altro Paese e la questione si sarebbe risolta. Invece gli scozzesi hanno voluto rimanere col resto del Regno Unito, votando no in quel referendum, ma hanno deciso, in queste ultime elezioni, di sostenere il partito nazionalista rafforzandone la presenza a Westminster. Così hanno portato il problema dell’autonomia della terra di Braveheart nel cuore stesso del potere britannico”.
C’è una via di uscita?
“Certo, se modifichiamo la costituzione in senso federale. Scozia ma anche Galles e nord Irlanda potrebbero diventare economie indipendenti con autonomia fiscale da Westminster. Ci sarebbero molti vantaggi e gli scozzesi otterrebbero quello che vogliono pur rimanendo a far parte del Regno Unito. La politica britannica funziona perché è abile a piegarsi senza spezzarsi proprio come diceva Edmund Burke. I britannici sono capaci, se lo vogliono, di dare vita a un Regno federale perfettamente in grado di funzionare”.
Gli elettori, votando per Cameron, hanno premiato la sua politica economica che ha garantito una crescita del prodotto interno lordo e un calo della disoccupazione?
“I cittadini hanno cambiato idea all’ultimo momento e hanno deciso che non volevano correre rischi. Si sono rifiutati di scommettere sul cambiamento e hanno voluto assicurarsi un’economia che, pur tra tagli al welfare e lavori insicuri e malpagati, funziona”.
Cameron ha promesso tagli ulteriori di 12 miliardi ai sussidi. Questo preoccupa molte famiglie e, fra gli altri, i vescovi cattolici e quelli anglicani…
“David Cameron non è mai stato chiaro su che tipo di tagli voglia ancora fare al welfare e questo lascia spazio di negoziazione con il governo. Ci sono anche molti nuovi parlamentari conservatori che potrebbero appartenere all’area più moderata del partito, quella preoccupata per i poveri. Anche Cameron non sa bene come muoversi e cosa voglia da lui il suo partito. È una brava persona e non vorrà, di certo, provocare una crisi nella società. C’è ragione di sperare che altri tagli verranno evitati”.
Eppure la critica che gli è stata fatta è di essere lontano dalla gente comune…
“Penso che questo sia vero. I conservatori sono in buona fede, ma spesso non capiscono la gente comune. Hanno, per esempio, introdotto la ‘bedroom tax’, togliendo sussidi a chi aveva una stanza in più, di cui non aveva bisogno, senza capire quale attaccamento affettivo la gente ha per la casa dove abita”.
C’è il rischio che la Gran Bretagna lasci l’Europa se i cittadini diranno no all’Unione quando Cameron li inviterà a decidere con il referendum del 2017?
“Credo che il partito antieuropeista Ukip abbia raggiunto il picco massimo del suo successo durante queste elezioni e sia in declino da adesso in poi. Penso inoltre che l’Ue farà qualche concessione a Cameron così che il premier possa convincere gli elettori a dire sì a Bruxelles durante il referendum. Gli inglesi non vogliono andarsene veramente dall’Europa”.