PAESI BASSI

La forza dei piccoli numeri

Intervista con il card. Eijk, presidente della Conferenza episcopale. Cala il numero di fedeli ma non la volontà di testimoniare il Vangelo

Se il criterio resta quello dei numeri e delle ostie distribuite, il cattolicesimo appare in affanno in Olanda. Un’indagine di pochi giorni fa dell’Ufficio nazionale di statistica dei Paesi Bassi sul “coinvolgimento religioso” dei cittadini riporta che a dirsi cattolico è il 24,4% della popolazione, con un trend in calo negli ultimi anni; ad andare in chiesa una volta la settimana è circa il 5% dei fedeli, vale a dire 200mila persone. Non è però su questo criterio che si possa valutare la vitalità dei cristiani olandesi. Lo spiega il card. Willelm Eijk, arcivescovo di Utrecht e presidente della Conferenza episcopale, raccontando a Sarah Numico di Sir Europa il travaglio e la forza di una Chiesa “dei piccoli numeri”.

Eminenza, può descrivere lo stato della Chiesa cattolica nei Paesi Bassi?
“La Chiesa cattolica, come quella protestante, sta attraversando una fase difficile. È calata la frequenza alla messa e chi va in chiesa oggi sono soprattutto gli anziani. Una delle conseguenze immediate è che sta diventando problematica la situazione economica di molte parrocchie che dipendono dai contributi volontari dei fedeli (qui non c’è contributo economico dallo Stato). In alcune diocesi molte chiese sono state già chiuse, in altre il numero è rimasto invariato rispetto a 25 anni fa, ma la manutenzione degli edifici è molto costosa. Per questo è necessario mettere insieme le persone, unire le forze. Questo sviluppo è una sfida per tutti coloro che ne sono coinvolti”.

Quale rilevanza ha la presenza del cattolicesimo nella vita pubblica e sociale del Paese?
“È diminuita significativamente negli ultimi decenni, a motivo del forte individualismo, elemento predominante nei Paesi Bassi. Ci si domanda anche se lo scandalo degli abusi sessuali compiuti in passato da preti e religiosi sia costato alla Chiesa molta benevolenza. Fino a dieci anni fa la Chiesa era una delle istituzioni di cui ci si fidava di più, ma adesso non è più vero. La cosa vale anche per le Chiese protestanti, anche se non segnate da questo scandalo. È un impegno costante spiegare che cosa facciamo per compensare le vittime e prevenire gli abusi in futuro, ma le persone non hanno abbandonato la Chiesa a motivo degli scandali. L’individualismo e l’economia sono oggi le forze dominanti nella nostra società. Il cristianesimo è tollerato, ma il sentimento generale è che le persone dovrebbero tenere il loro credo religioso ‘dietro porte chiuse’, come ha detto recentemente un esponente politico. Ciò va contro l’essenza del cristianesimo: abbiamo un messaggio per ciascuno. La sfida è essere ascoltati in una società che nel suo insieme sembra aver perso il suo interesse nella religione cristiana”.

Tra i cristiani predomina il senso di essere “prigionieri” della situazione? Oppure restano radicati l’impegno per l’evangelizzazione e la speranza di riforme e nuovi impulsi?
“Quando è evidente che una chiesa deve essere chiusa, la questione muove corde emotive nelle persone. Spesso ho esortato a combattere la sensazione del sentirsi imprigionati o dell’amarezza. È importante mantenere mente e cuore aperti. Nuove possibilità si creano. Quando un edificio di culto chiude significa che le persone devono spostarsi per partecipare alla messa domenicale, ma non significa che la comunità religiosa locale scompare. Unire le forze dà nuova vitalità: è molto più incoraggiante radunarsi in una chiesa con diverse centinaia di persone, anziché avere tante chiese con meno di cinquanta fedeli che partecipano alla messa. Unire le forze significa anche avere più tempo per cominciare nuove iniziative, nuove forme di celebrazioni liturgiche, catechesi, e una forte presenza nei social media. Queste cose danno ispirazione e nuove energie alle persone”.

Quale genere di “politica” ha messo in campo la Chiesa olandese per mantenere vivo il Vangelo nei Paesi Bassi?
“É importante essere espliciti circa il nostro credo. Per troppo tempo c’è stato un approccio implicito all’evangelizzazione e alla catechesi in questo Paese. È importante ‘mostrare e dire’ ciò che significa il Vangelo, che Gesù è il nostro Salvatore e vuole avere un ruolo nella vita di tutti. I giovani cattolici oggi fanno una scelta consapevole, perché non è più ovvio credere in un Dio personale, sono espliciti ed entusiasti e questo li rende potenti ambasciatori. La quantità è in declino, ma la qualità della nostra fede sta diventando più forte. Il risultato è una Chiesa più piccola, ma più forte, con un cuore evangelizzante. Nell’arcidiocesi di Utrecht stiamo assistendo a una crescita nel numero di seminaristi, che ci ha dato l’opportunità di riaprire il seminario lo scorso anno. Un altro aspetto positivo è l’arrivo di membri delle congregazioni religiose dall’estero. Recentemente è cominciata una scuola per volontari che vogliono insegnare catechismo e la risposta è stata molto incoraggiante: 25 giovani si stanno preparando. Per evangelizzare, dobbiamo conoscere ciò in cui crediamo e dobbiamo saperlo raccontare. È un compito per sacerdoti e laici insieme”.

La personalità e l’esempio di Papa Francesco quali conseguenze hanno nel Paese?
“Per molti credenti Papa Francesco è un grande sostegno. Incoraggia le persone sulla via del Vangelo e questo è molto importante”.