FRANCIA

Marsiglia, un tetto per chi non l’ha

Il centro Forbin, aperto a fino ‘800, ospita 300 uomini per notte. Un’esperienza dei Fatebenefratelli ora raccontata da un documentario

Ogni sera trecento uomini dormono al Forbin, centro di accoglienza e reinserimento sociale maschile della Fondazione San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) a Marsiglia, costruito nel 1896, insieme a una struttura per le donne, per accogliere le persone più povere in questa città portuale e operaia. Il riconoscimento a “opera di utilità pubblica” nel 1926 le ha permesso di beneficiare di lasciti e donazioni garantendo in parte i mezzi per la sua sussistenza. Senza interruzione, dalla fine del XIX secolo, i fratelli della congregazione religiosa prima, e laici stipendiati ora, accolgono questi uomini che di giorno vivono per le strade della città. L’esperienza del centro è diventata anche oggetto di un documentario, “300 hommes”, uscito nelle sale francesi e che ha ricevuto numerosi premi cinematografici in Francia. Sarah Numico di Sir Europa ha intervistato il direttore del Forbin, Georges Kammerlocher.

Direttore, chi sono queste persone cui rivolgete le vostre cure?
“Hanno tra i 18 e i 65 anni (e purtroppo abbiamo qualcuno anche più anziano). Il 70% ha meno di 45 anni; nel 2013, abbiamo accolto 2240 persone e offerto oltre 100mila pernottamenti; 90 le nazionalità. Accogliamo una trentina di “emarginati gravi”, da tanto tempo per la strada, con dipendenze di vario genere, ma anche giovani, migranti, persone che si ritrovano per strada per una rottura famigliare, un problema di salute o la perdita del lavoro. È la crisi economica, ma anche la situazione nel Maghreb e in Africa che porta le persone in Europa. Ospitiamo inoltre molte persone che vivono sofferenze psichiche o con grossi problemi di salute, somatici o psichiatrici. Per aiutarli, i nostri mezzi sono limitati: se non hanno nessun genere di pensione o di accompagnamento, gli operatori sociali del centro li aiutano nell’iter del ristabilimento dei diritti. La sfida spesso è prevenire il deteriorarsi della salute, orientando verso servizi di cura le persone che ne hanno bisogno”.

Ci racconta come avviene l’accoglienza?
“Le persone arrivano per registrarsi a partire dalle 13.30 e poi durante tutto il pomeriggio. Una volta entrati, possono andare nelle loro camere, farsi una doccia, rilassarsi nel cortile o nelle diverse sale; possono, se lo desiderano, uscire di nuovo per le loro commissioni. Un’infermiera e 9 operatori sociali sono presenti per aiutarli nelle loro pratiche, ricerche di alloggio, percorsi di cura… C’è il deposito bagagli per coloro che non hanno una camera singola o chiusa a chiave; c’è la sala mensa, per la cena e la colazione del mattino; distribuiamo il vestiario; c’è un servizio lavanderia. La sera, dopo cena, si guarda la tv, si fanno giochi di società, si chiacchiera. Alle 23 viene chiesto di ritirarsi in camera. Al mattino la sveglia è a partire dalle 6: doccia, colazione, bagagli, sigaretta… Escono quando desiderano, entro le 9. Chi è malato, particolarmente stanco o ha un appuntamento con un operatore sociale può restare. Poi cominciano le pulizie della casa. A pranzo ci sono una sessantina di persone”.

Quali difficoltà incontrate?
“Numerose! Innanzitutto le persone che accogliamo sono in difficoltà: situazioni amministrative complicate, smarrimento di documenti che necessitano molto lavoro per riottenerli, se si riesce; usurpazione delle identità, ma anche dipendenze. Alcune persone scaricano le loro difficoltà sul personale della struttura, con insulti, minacce; constatiamo anche il maltrattamento dei locali… Il personale incaricato della prima accoglienza non è formato alla gestione di queste difficoltà umane. I mezzi sono insufficienti in relazione al carico di lavoro necessario per un’accoglienza di qualità. Siamo essenzialmente finanziati dallo Stato e in piccola parte dalla città di Marsiglia. Il centro è apprezzato, ma le persone che accogliamo a volte sono mal considerate dagli abitanti del quartiere, anche se cerchiamo di mantenere il contatto con loro”.

Ci racconta una vicenda personale ‘riuscita’ bene…
“Ce ne sono molte; bisognerebbe precisare che cosa significhi ‘riuscita’ per persone che sono andate molto in basso nella caduta sociale. M. D. ad esempio – chiamiamolo così – aveva più di 59 anni quando è arrivato al centro, originario della Francia del nord. Problemi di salute, nessun documento né soldi. Dopo avergli dato un po’ di stabilità nel centro e aiuto a migliorare la sua igiene personale, abbiamo cominciato il percorso per il ristabilimento dei diritti: carta d’identità, assistenza sanitaria, reddito di solidarietà; tutto ciò gli ha permesso di curarsi. Parallelamente abbiamo ripreso contatto con la sua famiglia; l’assistente sociale ha avviato le pratiche per il diritto alla pensione, che dopo molti mesi è arrivata. Dopo tre anni con noi, all’inizio di quest’anno, è stato accolto nel pensionato di St. Jean de Dieu qui, a Marsiglia, un servizio specifico per gli anziani senzatetto, felice di aver messo fine a tanti anni di precarietà e insicurezza”.