POLITICA EUROPEA

Emergenze e grandi manovre

Migrazioni, caso-Grecia, moneta unica, sicurezza, populismi: la “casa comune” è sotto assedio. Eppure si intravvedono spiragli…

Stop and go. Frenare per poi ripartire. Mire politiche e astuzie diplomatiche. Azione congiunturale e prospettiva strutturale. Qualcuno oserebbe: immanenza e trascendenza. Senza scomodare vocabolari e filosofie, bisogna riconoscere che negli ultimi mesi lo scenario europeo ha richiesto prospettive d’analisi differenti e chiavi interpretative che percorrono quasi tutto lo scibile umano. Quale la posta in gioco? Tenere insieme 28 Stati che mettono in comune problemi crescenti, tanti progetti, molteplici identità e briciole di sovranità, il tutto per serrare i ranghi in un mondo dove essere piccoli e divisi può confinare nell’insignificanza. Ma la crisi economica, il complicarsi del quadro geopolitico (due nomi per tutti: Isis e Russia), le pressioni esterne (ad esempio le migrazioni o il terrorismo) e quelle interne (a cominciare da euroscetticismo e populismi di varia gradazione) sembrano annichilire i sogni di gloria di un’Europa che si sta ancora chiedendo cosa farà e cosa sarà “da grande”. Il problema migratorio. Esagerazioni? Una valutazione di quanto sperimentato solo nel corso del 2015 e quanto sta succedendo in queste ore tra Bruxelles e le altre capitali europee farebbe pensare il contrario. Le ultime novità riguardano i minuscoli passi avanti della embrionale politica migratoria dell’Ue e le prospettive sul caso-Grecia. Sulle migrazioni dovrebbe apparire evidente anche ai più incalliti nazionalisti e a chi ha accantonato la prospettiva solidale, che i profughi che premono alle frontiere comunitarie non possono essere solo una “competenza” di Italia, Grecia, Malta o Spagna, ma sono una sfida comune. Anche perché nulla esclude che gli arrivi finora sperimentati (fonte di innumerevoli problemi) siano solo un assaggio di ciò che potrebbe accadere un domani, se povertà e conflitti dovessero confermarsi come una condizione stabile di metà del pianeta (la recente enciclica “Laudato si'” può essere illuminante in proposito). Proprio nel campo della politica migratoria stanno arrivando segnali modesti ma incoraggianti: il via libera al ricollocamento (senza quote obbligatorie) di 40mila profughi giunti sulle sponde mediterranee, qualche stanziamento di bilancio per andare incontro ai Paesi di prima accoglienza, il varo della missione navale EuNavFor contro scafisti e trafficanti di esseri umani. Rispetto ai giganteschi spostamenti di popolazione in atto nel mondo queste possono apparire misure modeste, ma nell’ottica della politiche Ue vanno considerate come acquisizioni di un certo rilievo. Atene non può fallire. Non meno importante risulta l’infittirsi delle trattative per salvare la Grecia dal default. Gli accordi in vigore valgono fino al 30 giugno. Eurolandia deve quindi metter mano alla pazienza e alle tasche, per sborsare quei 7 miliardi di euro che servono ad Atene. Dal governo Tsipras, in cambio, ci si attendono misure atte a rispettare gli impegni con i creditori e a rimettere in ordine i conti. Il Vertice euro del 22 giugno ha riaperto spiragli di manovra; l’Eurogruppo del 25 giugno e il Consiglio europeo del 25-26 dovrebbero – salvo brutte sorprese – sancire il salvataggio, dopo che il premier ellenico Tsipras ha presentato un nuovo piano di tagli e risparmi che purtroppo peserà ancora sulla provata popolazione greca. Ridisegnare l’euro. Ma a Bruxelles non si discute solo di emergenze. Non a caso esattamente il 22 giugno è stato presentato un ampio progetto di “ristrutturazione” della moneta unica. Si tratta di un documento intitolato “Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa”, firmato dai responsabili delle istituzioni Ue: il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, quello dell’Eurozona Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi per la Banca centrale europea, il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz. Il testo prevede tre tappe, a partire dal prossimo 1° luglio, in un arco temporale di 10 anni. “Occorrono progressi su quattro fronti”, vi si legge: “In primo luogo, verso un’Unione economica autentica che assicuri che ciascuna economia abbia le caratteristiche strutturali per prosperare nell’Unione monetaria. In secondo luogo, verso un’Unione finanziaria che garantisca l’integrità della nostra moneta” e “accresca la condivisione dei rischi con il settore privato. Ciò significa completare l’Unione bancaria e accelerare l’Unione dei mercati dei capitali. In terzo luogo, verso un’Unione di bilancio che garantisca sia la sostenibilità che la stabilizzazione del bilancio. E, infine, verso un’Unione politica che ponga le basi di tutto ciò che precede attraverso un autentico controllo democratico, la legittimità e il rafforzamento istituzionale”. Parole impegnative, da tradurre in fatti concreti. Ma è un ulteriore segnale: l’Europa messa all’angolo cerca – e non di rado imbocca – nuove vie per l’integrazione. La storia insegna.