SETTIMANE SOCIALI DI FRANCIA
Intervista con il presidente uscente Jérôme Vignon al termine della novantesima edizione. Dialogo aperto e “alla pari” tra religioni e culture
Tre giorni di dibattiti, forum, tavole rotonde sulle grandi sfide della mondializzazione, del dialogo tra le religioni e le culture, del cambiamento climatico e del bisogno di ripensare ai modelli di progresso e di sviluppo. Giunte alle 90° edizione, si sono svolte a Parigi dal 2 al 4 ottobre nella sede dell’Unesco le Settimane sociali di Francia. “Religioni e culture, risorse per immaginare il mondo”, è stato il titolo dell’incontro. “Se l’enciclica di Papa Francesco ha riscontrato una tale eco – dice l’economista Bernard Perret – è perché il Papa non esita a dire la gravità della situazione e le esigenze che essa implica. È la prova del bisogno di una parola forte che i politici oggi sembrano incapaci di dire”. Giunto alla fine del suo mandato, Jérôme Vignon, presidente delle Settimane sociali di Francia (Ssf), si appresta a lasciare il timone dell’organizzazione. Nel tracciare un bilancio delle Settimane sociali 2015, Vignon dice a Chiara Biagioni, che lo ha intervistato per Sir Europa: “È arrivato il tempo per i cristiani di manifestare tutta la forza e tutta la ricchezza della speranza cristiana”.
Perché è arrivato il momento?
“Perché lo dicono vari fenomeni come il cambiamento climatico, il mal funzionamento della mondializzazione, l’urgenza di superare gli attuali parametri di progresso e sviluppo. Tutto ci dice che è arrivato il momento di agire. Ma la società appare paralizzata dalla paura del presente e dagli ostacoli. Sembra incapace di proiettarsi nel futuro e per agire bisogna invece saper guardare lontano. Non siamo noi a essere necessari per le generazioni del futuro ma siamo noi ad avere bisogno di futuro. La denuncia è diffusa dappertutto: prende di mira l’incoerenza, gli abusi di appropriazione, gli eccessi. Ciò che manca è una parola che annuncia, che visualizza e rende possibile intraprendere nuove vie”.
Avete anche individuato come farlo?
“Abbiamo individuato tre grandi condizioni di cambiamento. La prima è constatare che il cristianesimo si situa tra e con le altre religioni e culture, in un contesto di pluralismo religioso e culturale. Ciò chiede al cristianesimo di farsi promotore di dialogo tra le religioni e le culture. Un dialogo che non cerca risultati particolari ma ha lo scopo di rafforzare ciascuno nella propria identità e tradizione e nello stesso tempo di rispettare ciò che di più onorevole c’è nella tradizione e nel pensiero dell’altro. Una ‘conversazione’ che può dare coraggio perché manifesta che è possibile creare unità a partire dalla diversità e grazie alla diversità. Un processo di dialogo interculturale di cui abbiamo assolutamente bisogno per sbarazzarci di una concezione competitiva della coesistenza”.
E poi?
“La seconda condizione è partire dall’ascolto e dalla presenza dei poveri. Non è solo un obbligo morale di riparazione delle ingiustizie. Ci siamo accorti che i poveri sono una bussola di orientamento. Una fonte di creatività per comprendere le difficoltà del mondo e meglio affrontare anche le questioni del clima e dello sviluppo. La terza condizione è la conversione personale. Per quanto piccoli siano, i gesti che compiamo, sono essenziali perché ci rendono persone che possono essere un dono vitale per la società e per l’umanità. Ma per esserlo, occorrono un impegno e una formazione spirituale che aiutino a resistere alle spinte di disumanizzazione e de-fluidificazione che provengono dalla società”.
In Italia, tra circa un mese, le diocesi italiane si daranno appuntamento a Firenze per il quinto Convegno ecclesiale nazionale. Un incontro che si situa lungo un percorso di ripensamento e rifondazione sul modo di presentarsi della Chiesa al mondo. Quali consigli possono emergere dalle Settimane sociali di Francia?
“È lo stesso interrogativo che ci stiamo ponendo in Francia alle Settimane sociali. Noi abbiamo capito che non dobbiamo più presentarci come forza morale ma come un modo di essere e di guardare il mondo. E abbiamo coniato l’espressione di ‘sguardo di lucidità universale’. Universale perché come cattolici non abbiamo il monopolio del cuore. Siamo tutti alla ricerca di un bene comune ma sappiamo che questo bene si esprime nella diversità di religioni e culture. Lucido perché capace di critica. Il secondo aspetto è quello di avere uno sguardo di amore e per averlo siamo chiamati a uscire da noi stessi per metterci in ascolto e in prossimità soprattutto di chi soffre. Solo così, ma solo dopo, possiamo agire”.