Politica
L’ex vicepresidente di Correa è in testa con il 51,16% dei voti, contro il 48,84% di Guillermo Lasso, rappresentante della destra liberista. Il vantaggio è di oltre 200mila voti, anche se Lasso (che ha vinto nelle principali città, Quito e Guayaquil) contesta il risultato e molti suoi sostenitori sono scesi in piazza. Adesso Moreno si trova a guidare un Paese polarizzato e in crisi economica. Su questo sono concordi, pur tra alcune differenze di valutazione, alcuni esponenti della società civile e docenti universitari
Dovevano essere elezioni spartiacque. Non solo per il piccolo Ecuador, ma anche per tutto il Sudamerica, alle prese con un quesito importante: è finito il ciclo dei governi di sinistra nel continente, dopo l’implosione del chavismo in Venezuela, gli scandali in Brasile e le sconfitte in Argentina e Perù? Il responso è arrivato: la sinistra socialista riesce a vincere, ma con grande fatica e contestazioni, dopo i dieci anni di presidenza Correa. A guidare l’Ecuador sarà Lenín Moreno (Alianza País), famoso per essere stato finora soprattutto un difensore dei diritti dei disabili (egli stesso si muove in carrozzina) non solo nel suo Paese, ma anche a livello di Nazioni Unite. Quando lo scrutinio veloce ufficiale è in pratica completato, l’ex vicepresidente di Correa è in testa con il 51,16% dei voti, contro il 48,84% di Guillermo Lasso, rappresentante della destra liberista. Il vantaggio è di oltre 200mila voti, anche se Lasso (che ha vinto nelle principali città, Quito e Guayaquil) contesta il risultato e molti suoi sostenitori sono scesi in piazza.
L’eredità di Correa. L’esito dello scrutinio ha ribaltato i primi exit poll, che stimavano invece una vittoria di Lasso. L’affermazione di Moreno è stata però faticosa e risicata, soprattutto se confrontata con il consenso avuto da Correa nelle precedenti elezioni. Ed ora il presidente si trova a guidare un Paese polarizzato e in crisi economica. Su questo sono concordi, pur tra alcune differenze di valutazione, alcuni esponenti della società civile e docenti universitari che il Sir ha intervistato. Giuseppe Tonello, di origini trevigiane, è stato il direttore generale della più grande ong del Paese, il Fondo ecuadoriano “Popolorum Progressio”, nato nel 1970 per dare compimento all’enciclica di Paolo VI promuovendo progetti di sviluppo. Tonello, che vive nel Paese andino da oltre 40 anni, non nasconde soddisfazione e al tempo stesso preoccupazione: “Nonostante quello che si dice, dieci anni così nella storia dell’Ecuador non ci sono mai stati. C’è stato un governo stabile, vicino ai poveri. Prima non c’era uno Stato strutturato, ora sì… Certo, anche troppo magari. In questo momento abbiamo uno Stato forse assillante, controllore, con tante tasse. Ed abbiamo pure avuto episodi di corruzione. Ma gli eccessi passano in secondo piano rispetto ai fondi di credito per i poveri, al sistema di previdenza sociale, alla formazione professionale. Ora veniamo da una campagna elettorale deludente, non si è discusso di grandi temi. E Moreno non ha la statura di Correa, è una figura debole”.
Un Paese da unire. Lo conferma Jorge Mora Varela, esperto di relazioni internazionali e docente alla Pontificia Università Cattolica dell’Ecuador: “Correa non ha governato male, ma poi la caduta del prezzo del petrolio e i casi di corruzione hanno fatto crollare il consenso. Oggi, con la crisi del petrolio, le politiche sociali di governi di sinistra sono difficilmente sostenibili. Moreno sarà costretto a correggere qualcosa, a fare qualche aggiustamento. Lo scontento in Ecuador è grande, non si possono mettere ulteriori tasse”. Edgar Tello, sociologo ed esperto di sviluppo locale, docente all’Università Politécnica Salesiana di Quito, è meno pessimista: “Le proiezioni previste da alcuni organismi sia nazionali che internazionali segnalano che esiste la tendenza alla ripresa economica, cosa che darebbe a Moreno una base per mantenere e sviluppare le politiche sociali attuali”. Del resto, il progetto economico di Alianza País richiede di creare le condizioni perché il mercato interno sia stimolato. Tutto questo implica il mantenimento e, possibilmente, l’ampliamento delle politiche sociali”. Tuttavia, “in questo momento l’Ecuador ha bisogno di costruire un progetto nazionale nel quale si esprimano tutti i settori sociali del Paese. Questo processo dovrebbe essere il prodotto di un dialogo e di un consenso sociale. Tuttavia, la storia recente mostra che non è stato possibile avviare questo cammino: un’opportunità storica è stata perduta, sia per la posizione di forza che ha caratterizzato l’azione politica di Correa, sia per la mancanza di comprensione del momento che viveva il Paese da parte dei movimenti sociali. Ora la situazione è ancora più complessa per la polarizzazione che si è venuta a creare”.
Le critiche dei movimenti sociali e degli indigeni. Altri docenti e attori sociali esprimono con forza il proprio disagio rispetto agli ultimi anni di governo Correa e scetticismo sulle mosse di Moreno. E’ il caso di Richard Salazar Medina, docente di scienze politiche ed esperto di movimenti sociali all’Università Andina Simon Bolivar e alla sede di Quito della Facoltà latinoamericana di Scienze sociali: “L’Ecuador esce da queste elezioni con un’enorme polarizzazione, che parte dalla società, come è avvenuto ad esempio in Argentina. Correa ha avuto un grosso calo di popolarità, quando l’economia va male la gente è scontenta. A questo si sono aggiunti gli scandali. Una cosa deve esser chiara, io non considero quello di Correa un governo di sinistra, non ha guardato né all’equità né ai diritti”. Secondo il docente “negli ultimi anni il governo di Correa ha dato dei colpi molto forti al sistema di sicurezza sociale. Ora Moreno ha una sfida difficile di fronte a sé, ma temo che non abbia molta libertà d’azione, sarà circondato da fedelissimi di Correa, che avrebbe voluto candidare l’attuale vicepresidente Jorge Glas. I sondaggi negativi lo hanno costretto a ripiegare su Moreno”. Ciò nonostante, molti movimenti sociali e popolazioni indigene, critici verso i progetti estrattivi avviati dal governo, hanno fatto una scelta clamorosa, spiega Salazar: quella di votare per Lasso, che aveva promesso in campagna elettorale di dare il via libera alla consultazione delle popolazioni interessate a progetti estrattivi, la cosiddetta consulta previa. Patricia Gualinga, leader indigena etnia Sarayaku, conferma la frattura: “Tra gli indigeni c’è stato un forte dibattito. Molti hanno votato per Lasso, altri hanno annullato la scheda. In questi anni Correa ha aumentato le attività estrattive e lo sfruttamento minerario, rifiutando la consulta previa. Ha avuto un impatto molto forte la militarizzazione contro gli indigeni Shuar, che difendevano il loro territorio da un progetto minerario. Ora, oltre alla consulta previa, ci aspettiamo che venga riconosciuta ai popoli indigeni personalità giuridica”.