Parte il negoziato

Brexit: Verhofstadt, tra Ue e Regno Unito “matrimonio di convenienza”. Ora costruire una relazione nuova

L’eurodeputato liberale, già premier del Belgio, rappresenterà il Parlamento europeo nelle trattative per il “divorzio” dei Ventisette da Londra. Ricorda i passaggi storici fondamentali del secondo dopoguerra, con un atteggiamento sospettoso da parte dei britannici verso la costruzione comunitaria. Ma, osserva, occore ritrovare le condizioni per una partnership a vantaggio delle due sponde della Manica. “E un giorno – afferma convinto – un giovane riporterà la Gran Bretagna nella famiglia europea”

L'eurodeputato liberale belga Guy Verhofstadt

È stato un momento triste, mercoledì della settimana scorsa, quando l’ambasciatore britannico ha consegnato la lettera che invoca l’art. 50 del Trattato per il recesso dall’Ue al presidente Donald Tusk. È vero, il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Europa non è mai stato facile. Non è mai stata una storia d’amore, e di certo non è stata una “folle passione”. Piuttosto un matrimonio di convenienza. E questo era già chiaro fin dall’inizio.
Negli anni ’50, la Gran Bretagna aveva votato contro l’appartenenza alla Comunità del carbone e dell’acciaio. Nel 1955, durante la prima fase verso il mercato comune, la Gran Bretagna abbandonò il tavolo dei negoziati.Inoltre, nei primi anni dell’Unione, il primo ministro britannico Macmillan osservava il continente per lo meno con sospetto. Cosa stavano preparando di nascosto laggiù a Bruxelles? Stavano davvero discutendo soltanto di carbone, di acciaio e di un’unione doganale o stavano anche facendo politica? Forse stavano anche complottando in materia di politica estera o – Dio non voglia – di difesa!
Il primo ministro britannico scrisse al suo ministro degli esteri: “Per la prima volta dai tempi di Napoleone, le maggiori potenze continentali si sono unite in un raggruppamento economico effettivo, con importanti implicazioni politiche”. E con sua grande sorpresa, Macmillan dovette ammettere che questo nuovo esperimento – e cito di nuovo – “non era diretto contro la Gran Bretagna”.
Quando infine nel 1973 la Gran Bretagna entrò nell’Unione – dopo non poco ostruzionismo da parte del generale De Gaulle – i titoli dei giornali erano osannanti. Ma la luna di miele fu breve. Margaret Thatcher chiese che le “restituissero i soldi”. E il suo successore John Mayor definì l’euro: una valuta strana come “la danza della pioggia” e con “la stessa impotenza”.

Forse è sempre stato impossibile unire la Gran Bretagna con il continente.

Ingenuo voler conciliare il sistema giuridico di Napoleone con la “common law” dell’Impero britannico. E forse non è mai stata quella l’intenzione.
Tuttavia, i nostri predecessori non dovrebbero mai essere biasimati per averci provato. Per nessun motivo. È importante in politica come lo è nella vita: sperimentare nuove partnership, nuovi orizzonti, venirsi incontro, con l’altro versante della Manica. Sono anche sicuro che – prima o poi – ci sarà un giovane o una giovane che ci proverà di nuovo, che riporterà nuovamente la Gran Bretagna nella famiglia europea. Una giovane generazione che vedrà il Brexit per quello che è realmente: un alterco sfuggito di mano all’interno del partito conservatore, una perdita di tempo, uno spreco di energia, una stupidaggine.
Continuo a pensare che Brexit rappresenti un evento triste e deplorevole, ma credo sia importante ricordare tutto ciò che la Gran Bretagna e l’Europa hanno conquistato insieme in questi quarant’anni e più. Forse c’è stato tra noi il rapporto più appassionato possibile, ma non è stato neppure un fallimento.

Non lo è stato per l’Europa e ancora meno per la Gran Bretagna e per i britannici.

Non dimentichiamolo: la Gran Bretagna è entrata nell’Unione come il “malato dell’Europa” e – grazie al mercato unico – ne è uscita all’estremo opposto. L’Europa ha trasformato la Gran Bretagna in una protagonista quasi al di sopra delle sue possibilità in termini di geopolitica, come nell’epoca d’oro dell’impero britannico. E noi, da parte nostra, dobbiamo rendere omaggio all’immenso contributo dato dalla Gran Bretagna: un convinto, impareggiabile difensore del libero mercato e delle libertà civili. Vi ringraziamo per questo. Come liberale, vi dico, mi mancherà molto.
Ora, nel giro di poche settimane, inizieremo il processo di separazione. L’obiettivo deve essere una relazione nuova e stabile, una partnership globale e approfondita, un’associazione tra il Regno Unito e l’Unione europea che sicuramente sarà diversa dalla nostra appartenenza condivisa di oggi. In questa nuova avventura dobbiamo sempre ricordare i nostri legami comuni, la nostra cultura comune, i nostri valori condivisi, il nostro patrimonio e la nostra storia comune. Non dimentichiamo mai che, insieme, apparteniamo alla stessa grande civiltà europea che ha dispiegato le sue ali dal porto atlantico di Bristol al possente fiume Volga.
Ma Brexit non consiste solo nel Brexit in quanto tale.

Brexit riguarda anche la nostra capacità di far rinascere il nostro progetto europeo.

Siamo onesti: Brexit non è avvenuto per caso. Anche quando, in seguito al Brexit, vediamo un cambiamento per il bene dell’umore dell’opinione pubblica, cerchiamo di non lasciarci ingannare. L’Europa non si è ancora salvata. L’Europa non si è ancora ripresa dalla crisi. L’Europa ha ancora bisogno di un cambiamento, di un cambiamento radicale. Un cambiamento verso una vera Unione, un’Unione efficace, un’Unione basata sui valori e gli interessi reali dei nostri cittadini. Un’Unione che si opponga con decisione all’autocrazia. Agli autocrati che chiudono le università. Agli autocrati che gettano i giornalisti in carcere. Agli autocrati che fanno della corruzione il loro marchio di fabbrica e che ieri, senza alcuna umanità, hanno di nuovo bombardato uomini, donne e bambini innocenti con armi chimiche in Siria.
Durante i nostri negoziati, non dimentichiamo mai la motivazione per cui i nostri padri fondatori – britannici ed altri europei allo stesso livello – hanno lanciato il progetto europeo: la libertà, la giustizia e la pace.

(*) eurodeputato, negoziatore per il Parlamento europeo sul Brexit