Dopo il viaggio

Papa in Colombia. Memoria grata, interpellante e piena di speranza

“Facciamo il primo passo” era il motto del viaggio apostolico. Il Papa ha indicato e ha intrapreso il cammino con i colombiani. Quelli di noi che lo hanno seguito da vicino, hanno avuto la netta sensazione che ci sarà un “prima” e un “dopo” segnato dal viaggio del Papa, per il bene della società colombiana.

(Foto L'Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR)

“Colombia, apri il tuo cuore di popolo di Dio, e lasciati riconciliare. Non temere la verità né la giustizia. Cari colombiani, non abbiate timore di chiedere e di offrire il perdono. Non fate resistenza alla riconciliazione che vi fa avvicinare, ritrovare come fratelli e superare le inimicizie. È ora di sanare ferite, di gettare ponti, di limare differenze. È l’ora di spegnere gli odi, rinunciare alle vendette e aprirsi alla convivenza basata sulla giustizia, sulla verità e sulla creazione di un’autentica cultura dell’incontro fraterno”. Forse questo invito pressante, pronunciato da Papa Francesco durante l’incontro di preghiera per la riconciliazione nazionale a Villavicencio, può fare soltanto da introduzione a ciò che abbiamo vissuto durante la sua visita come Pastore universale. Dico forse e soltanto perché, da un lato, l’insieme delle sue allocuzioni e omelie è stato di una notevole profondità e ricchezza, motivo per cui niente può sostituire la loro lettura attenta ed edificante. D’altro canto, sono messaggi calati profondamente nelle attuali circostanze della vita del popolo colombiano in un evento di incontri di una tale densità umana e cristiana che è difficile poterli riflettere e comunicare in modo esauriente.

Il Papa abbraccia il corpo sociale della Colombia profonda, lo attraversa con la parola del Vangelo e un amore espressivo e, allo stesso tempo, parla per tutta l’America Latina, per tutta la cattolicità.

(Foto L’Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR)

La Colombia è un Paese meraviglioso, che affascina perché è tutto esuberante: la sua geografia, la sua natura prodiga di “inimmaginabile fecondità” e biodiversità, la varietà e l’espressività della sua gente e delle sue culture, così come il suo concentrato di contraddizioni, come quella della cultura della morte “e il suo indomito coraggio nel resistere alla morte”, come la sua cristianità radicata nella vita del suo popolo su cui gravano i seri disordini e le ferite del peccato umano. “Sono convinto – ha detto il Papa ai vescovi – che la Colombia abbia qualcosa di molto originale che attira fortemente l’attenzione: non è mai stata una meta pienamente realizzata, né una destinazione totalmente raggiunta, né un tesoro interamente posseduto”. Il realismo magico di Gabriel García Márquez trova la sua fonte in queste esuberanze ed eccessi, per questo Papa Francesco lo cita, non solo come orgoglio nazionale, ma anche come genio espressivo della Colombia profonda.

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Il Santo Padre segue egli stesso il consiglio che dà ai colombiani, di “non astrarci dalle coordinate storiche” in cui è toccato loro di vivere: “La storia viva e recente del suo popolo, segnata da eventi tragici, ma anche piena di gesti eroici, di grande umanità e di alto valore spirituale, di fede e di speranza”. È una storia vissuta e sofferta in “una terra irrigata dal sangue di migliaia di vittime innocenti e dal dolore lacerante delle loro famiglie (…). Ferite che costa cicatrizzare (…). Ancora di più: molto è il tempo passato nell’odio e nella vendetta (…). La solitudine di stare sempre gli uni contro gli altri si conta ormai a decenni e sa di cent’anni”.

Alcuni hanno contato nello spazio di più di sei decenni più di otto milioni di vittime, tra uccisi in combattimento e assassinati, feriti e mutilati, sequestrati, torturati, donne violentate e persone esplose a causa delle mine antiuomo, così come le moltitudini di sfollati dalle loro terre per la violenza o la paura, i rifugiati, le famiglie spezzate, i bambini orfani e abbandonati.

“Non immaginavo che fosse più facile iniziare una guerra che terminarla”, ha detto il Papa citando Gabriel García Márquez in “Cent’anni di solitudine”. Francesco sapeva che stava visitando la Colombia in un momento particolarmente importante della sua storia, apprezzando gli sforzi compiuti negli ultimi decenni per porre fine alla violenza armata e trovare cammini di riconciliazione e, soprattutto, “i passi importanti che sono stati compiuti nell’ ultimo anno”. Non ha avuto bisogno di riferirsi esplicitamente agli “Accordi di pace”, ma sono rimasti sottintesi. Era più interessato a evidenziare che non vacillino “nello sforzo di costruire l’unità della nazione, nonostante gli ostacoli, le differenze e i diversi approcci su come realizzare una convivenza pacifica”, e per persistere “nella lotta per promuovere la cultura dell’incontro, che richiede di mettere al centro di ogni azione politica, sociale ed economica la persona umana, la sua più alta dignità e il rispetto per il bene comune”. “Non può prevalere la ricerca di interessi solo particolari a breve termine”.

Le polarizzazioni e le ambizioni politiche particolari non sono un percorso adeguato per l’immenso compito della pacificazione. Né questo compito può essere ridotto alla gestione delle oligarchie di “notabili” che da decenni si alternano al potere.

“Questo non si fa solo con qualcuno di ‘sangue puro’ – ha detto il Papa – ma con tutti. E qui affonda le sue radici la grandezza e la bellezza di un Paese dove tutti hanno spazio e tutti sono importanti”. Le “vie della pacificazione” non si raggiungono semplicemente “progettando quadri normativi e accordi istituzionali tra gruppi politici ed economici di buona volontà”. Occorre “inserire nei nostri processi di pace – ha detto il Santo Padre a Cartagena – l’esperienza di settori che sono stati spesso resi invisibili, perché siano proprio le comunità a colorare i processi della memoria collettiva”. Per questo, porta in primo piano quel testo dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium quando afferma che “l’autore principale, il soggetto storico di questo processo, è la gente e la sua cultura, non una classe, una frazione, un gruppo, un’élite. Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi indirizzato a pochi, o di una minoranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo. Si tratta di un accordo per vivere insieme, di un patto sociale e culturale”.

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“L’unità sapienziale che precede qualunque realtà dell’America Latina”, quel “patrimonio morale, su cui poggia l’edificio esistenziale del continente” e “l’humus vitale che abita nei cuori della nostra gente (…) è il fondamento invisibile ma essenziale” per “qualsiasi costruzione duratura”. Quindi Papa Francesco è convinto che occorre parlare a questo “cuore recondito, che palpita custodendo, come una piccola luce accesa sotto la cenere apparente, il senso di Dio e della sua trascendenza, la sacralità della vita, il rispetto per la creazione, i legami di solidarietà, la gioia di vivere, la capacità di essere felici senza condizioni. Tale è la “religiosità popolare della nostra gente”, di cui “Guadalupe e Aparecida sono manifestazioni programmatiche di questa creatività divina”.

Occorre arrivare a questa anima profonda dell’America Latina per mettere in movimento i popoli come costruttori di pace e di giustizia.

Ecco perché, sottolinea il Papa, “la nostra gente ha imparato che nessuna delusione è sufficiente a piegarla. Segue Cristo flagellato e mite, sa aspettare che il cielo si rischiari e sta saldo nella speranza della sua vittoria perché, in fondo, è consapevole di non appartenere totalmente a questo mondo”.

Puntando al cuore del popolo colombiano e compiendo un passo ulteriore verso il suo processo di pacificazione, il Santo Padre ha invitato durante l’intero viaggio a “porre lo sguardo su tutti coloro che sono esclusi ed emarginati dalla società”.

Come costruire la pace con il 50% dei colombiani sotto la soglia di povertà? Non è forse vero che la povertà e la stridente disuguaglianza costituiscono di per sé situazioni di violenza e cause di violenza? Qui troviamo quella Colombia profonda e sofferente che deve essere “scoperta”.

Il Papa la propone a tutti i colombiani visitando uno dei quartieri più poveri di Cartagena, nota per essere la città con più acute disuguaglianze sociali nel Paese. E ciò che fa più male all’anima è la sofferenza dei bambini – figli di famiglie separate, orfani a causa della violenza, bambini abbandonati – che il Papa ha abbracciato durante la sua visita a quella straordinaria esperienza dell’“Hogar de San José” – la Casa di San Giuseppe – a Medellín.

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Tremendo compito storico è quello del superamento in Colombia – e il Papa lo afferma molto chiaramente – delle “fitte tenebre che minacciano e distruggono la vita: le tenebre dell’ingiustizia e dell’iniquità sociale; le tenebre corruttrici degli interessi personali o di gruppo, che consumano in modo egoista e sfrenato ciò che è destinato al benessere di tutti; le tenebre del mancato rispetto per la vita umana che miete quotidianamente l’esistenza di tanti innocenti, il cui sangue grida al cielo; le tenebre della sete di vendetta e di odio che macchia di sangue umano le mani di coloro che si fanno giustizia da soli; le tenebre di coloro che si rendono insensibili di fronte al dolore di tante vittime”. Si aggiunga poi la “metastasi morale” del narcotraffico e dei suoi “sicari” di morte che “mercanteggia l’inferno e semina dovunque la corruzione, e nello stesso tempo ingrassa i paradisi fiscali”. “La violenza che c’è nel cuore umano, ferito dal peccato – ha aggiunto il Papa guardando soprattutto a Villavicencio verso l’orizzonte dell’Amazzonia – si manifesta anche nei sintomi di malattia che riscontriamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi”. Così rimane contaminata l’ecologia umana, sociale e naturale della convivenza.

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“Le ferite profonde della storia – ha concluso il Papa a Cartagena – esigono necessariamente istanze dove si faccia giustizia, dove sia possibile alle vittime conoscere la verità, il danno sia debitamente riparato e si agisca con chiarezza per evitare che si ripetano tali crimini. Ma tutto ciò ci lascia ancora sulla soglia delle esigenze cristiane. A noi cristiani è richiesto di generare ‘a partire dal basso’ un cambiamento culturale: alla cultura della morte, della violenza, rispondere con la cultura della vita e dell’incontro”. La Chiesa “deve lavorare senza stancarsi per costruire ponti, abbattere muri, integrare la diversità, promuovere la cultura dell’incontro e del dialogo, educare al perdono e alla riconciliazione, al senso di giustizia, al ripudio della violenza e al coraggio della pace”, ha detto il Papa ai 60 vescovi dei vari Paesi latinoamericani riuniti per il Celam. “Questo è possibile solo se riempiamo della luce del Vangelo le nostre storie di peccato, violenza e scontro”, se riconosciamo che è “il Signore Dio che fa il primo passo” nella storia della salvezza, nella vita delle persone e della sua gente, per cui “all’inizio di tutto c’è sempre l’incontro con Cristo vivo”. È necessario tornare ad “avvicinarsi a Gesù”, familiarizzarsi con Lui nella preghiera, diventare veramente suoi discepoli-missionari. “Diversamente il volto del Signore si offusca, la missione perde forza, la conversione pastorale perde forza”.

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Papa Francesco ha voluto mettere in evidenza la bella citazione di Aparecida quando dice: “Conoscere Gesù è il più bel regalo che qualunque persona può ricevere; averlo incontrato è per noi la cosa migliore che ci è capitata nella vita, e farlo conoscere con le nostre parole e opere è per noi una gioia”(n. 29). Ai vescovi colombiani a Bogotá, il Santo Padre ha sottolineato con molta forza: “Cristo è la parola di riconciliazione scritta nei nostri cuori e avete la forza di poterla pronunciare non solo sui pulpiti, nei documenti ecclesiali o negli articoli dei periodici, ma più ancora nei cuori delle persone, nel segreto santuario delle loro coscienze, nell’ardente speranza che li attira all’ascolto della voce dal cielo che proclama: ‘pace agli uomini che Dio ama’ (Lc 2, 14)… Alla Chiesa non interessa altro che la libertà di pronunciare questa Parola … Non servono alleanze con una parte o con l’altra, bensì la libertà di parlare ai cuori di tutti”. La riconciliazione non è irenismo buonista; “non può servire per adattarsi a situazioni di ingiustizia”.

È invece una parola che sconvolge e che può caratterizzare “un cambiamento di rotta”. In questo modo è stata vissuta e condivisa nello straordinario incontro di riconciliazione tra vittime e carnefici a Villavicencio.

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Quella stessa sera, davanti all’ingresso della Nunziatura Apostolica di Bogotá, nuovamente tra vittime e carnefici, abbiamo ascoltato due testimonianze che sono state come un epicentro di drammatica bellezza. Una è quella di una signora afro-americana che ha perduto il marito e i loro tre figli, bruciati dall’esplosione di un oleodotto provocata dalla guerriglia dell’Eln, la quale, a tanti anni di distanza, confessa che non riesce a perdonare ma chiede a Dio di darle la grazia del perdono, consapevole che è Dio che perdona ma che Lei può rendere testimonianza del Suo perdono attraverso la sua sofferenza. “Una lezione di alta teologia”, ha risposto il Papa. E un’altra, di un’associazione chiamata “Hospital de Campaña” (ospedale da campo), che accompagna le vittime e i carnefici pentiti, anche attraverso ritiri spirituali.

Che risonanze profonde in un popolo di radicata tradizione cattolica hanno avuto i saluti evangelici del Successore di Pietro!

“Che la Pace discenda su questa casa”; “La pace sia con voi”. Sì, “Cristo è la nostra pace. Ci ha riconciliati con Dio e fra di noi”, ha esclamato il Papa davanti ai vescovi colombiani (…). È venuto per soffrire per il suo popolo e con il suo popolo; ad insegnarci anche che l’odio non ha l’ultima parola, che l’amore è più forte della morte e della violenza. Ci insegna a trasformare il dolore in una fonte di vita e risurrezione, affinché insieme a Lui e con Lui impariamo la forza del perdono, la grandezza dell’amore”. Con Cristo risorto “nessun muro è eterno, nessuna paura è indistruttibile, nessuna piaga è incurabile”.

Si chiede molto alla Chiesa colombiana. Deve essere all’altezza della missione che Dio le affida nelle attuali circostanze della vita del suo popolo. Non può accontentarsi né adattarsi alle abitudini, agli stili e ai ritmi di ciò che resta della tradizionale cristianità colombiana.

La maternità feconda della Chiesa, corpo di Cristo, per la grazia dello Spirito di Dio misericordioso, deve essere, ha detto il Papa, “un grembo di luce capace di generare, persino soffrendo la povertà, le nuove creature di cui questa terra ha bisogno”. Deve “generare, alimentare e accompagnare i suoi figli”, impegnandosi con più audacia “nella formazione di discepoli-missionari”. Chiede ai vescovi di essere “custodi e sacramento” del “primo passo” di Dio che ci abbraccia con il suo amore misericordioso, mendicanti della sua grazia nella preghiera. Chiede loro di “toccare la carne di Cristo” nella sofferenza del suo popolo, e li esorta ad “annunciare il Vangelo della gioia, oggi, domani e dopodomani”, essendo “ministri di riconciliazione”. Affida loro i sacerdoti, che sono “in prima linea”, invitandoli a chiedersi: “Vivono realmente secondo Gesù?” per condurli “continuamente a quella Cesarea di Filippo dove, dalle origini del Giordano di ciascuno, possano sentire nuovamente la domanda di Gesù: Chi sono io per te?”. Hanno bisogno, soprattutto, di sentire concreta e vicina “la paternità del vescovo”.

Servono consacrati che siano uno “schiaffo kerigmatico a ogni mondanità” con il “grido dell’amore consacrato della Sposa: Vieni, Signore Gesù (Ap 22,20)”.

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Il Papa conosce la verità e la bellezza dell’amore del matrimonio e della famiglia, così come sa che la protezione del dono sacro della vita, dal concepimento alla morte naturale, è una questione essenziale per la rigenerazione morale e il tessuto cristiano della società colombiana.

Ha anche una viva consapevolezza che “la speranza in America Latina ha un volto giovane” – non lasciatevi rubare la gioia e la speranza! -, “ha un volto femminile” – spesso eroico di tante donne che sono il pilastro di edificazione delle loro famiglie, della società e della Chiesa -, “passa attraverso il cuore, la mente e le braccia dei laici” che aprano la strada al Vangelo nella costruzione di una nuova società. E una speranza che si accoglie e coltiva “nel vedere sempre il mondo con gli occhi dei poveri e a partire dalla situazione dei poveri”.

Sono lì presenti le testimonianze di San Pietro Claver – “schiavo dei neri e schiavo per sempre”, di santa Laura Montoya – interamente dedita al servire gli indigeni – del vescovo Emilio Jesús Jaramillo Monsalve e del padre Pedro Maria Ramirez Ramos, assassinati, dichiarati martiri e beatificati da Papa Francesco a Villavicencio, come modelli di questa nuova umanità, che sostengono il cammino dei loro fratelli nella fede, per il bene della Colombia.

Dopo il primo giorno del Papa a Bogotá e il suo ritorno e pernottamento nella stessa capitale colombiana durante i giorni successivi, Papa Francesco ha deciso di salutarli, diretto a Cartagena, ricorrendo a bordo della “Papamobile” il lungo viale che lo portava all’aeroporto. Era una domenica alle 7 del mattino, e una grande folla di colombiani gremiva entrambi i lati del viale, gridando a gran voce: “Ti vogliamo bene, Francesco, ti vogliamo bene!”. Era un dirgli arrivederci e grazie. Che sarà successo nei cuori di questi e di tutti i colombiani che lo hanno accompagnato ovunque? Dio ha fatto la sua semina servendosi di Papa Francesco e ora è necessario “mendicargli” che faccia crescere una vendemmia di frutti abbondanti. “Il vero protagonista della storia è il mendicante”, ripeté il Santo Padre.

“Facciamo il primo passo” era il motto del viaggio apostolico. Il Papa ha indicato e ha intrapreso il cammino con i colombiani. Quelli di noi che lo hanno seguito da vicino, hanno avuto la netta sensazione che ci sarà un “prima” e un “dopo” segnato dal viaggio del Papa, per il bene della società colombiana.

(*) segretario incaricato della vicepresidenza
Pontificia Commissione per l’America Latina