Testimoni

Don Antonio Riboldi. Un prete nelle periferie

Aveva fatto la scelta di vivere e testimoniare la carità in posti ignorati e abbandonati, in fedeltà al carisma dell’Istituto della Carità, la Congregazione religiosa fondata da don Antonio Rosmini e a cui apparteneva. Una scelta vissuta nei luoghi che papa Francesco indica come fondamentali per condividere la gioia del Vangelo con il linguaggio umano dell’accoglienza, della condivisione, dell’accompagnamento, della sete di giustizia

(Foto: Siciliani-Gennari/Sir)

“Noialtri, gente di strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo nel quale Dio ci ha posto sia il luogo della nostra santità”.
Il pensiero di Madeleine Delbrêl, “una mistica nel mondo”, era certamente conosciuto e vissuto da don Antonio Riboldi nella sua esperienza siciliana, in particolare in quella nella Valle del Belice sconvolta dal terremoto avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968. I morti, provocati anche da scosse successive, furono circa 300.
Di tante persone sconvolte dalla tragedia don Riboldi divenne voce che si levò forte per chiedere che non l’abbandono ma la solidarietà e la giustizia fossero la risposta delle Istituzioni e del Paese.
Lo si chiamò “il prete dei terremotati” come anni dopo, nel 1978, giunto ad Acerra, lo si definì “il vescovo contro la camorra”.
Un percorso difficile e rischioso per la legalità che coinvolse molti giovani non solo in Campania.
Lo si chiamò, infine, “il prete dei carcerati” per il suo impegno verso la riabilitazione perché, affermava, “è riconoscendo la loro storia che possiamo provare ad aiutarli a ripartire. Loro gli invisibili hanno bisogno di adulti presenti, di persone che, guardandoli negli occhi, ne riconoscano l’esistente”.
Definizioni che aiutano a conoscere don Antonio Riboldi e, ancor più, a capire il significato della sua vocazione.

Don Antonio Riboldi prete.

Aveva fatto la scelta di vivere e testimoniare la carità nelle periferie esistenziali in fedeltà al carisma dell’Istituto della Carità, la Congregazione religiosa fondata da don Antonio Rosmini e a cui apparteneva.
Una scelta vissuta nei luoghi che papa Francesco indica come fondamentali per condividere la gioia del Vangelo con il linguaggio umano dell’accoglienza, della condivisione, dell’accompagnamento, della sete di giustizia.

Con don Antonio Riboldi la memoria, collegando il passato all’oggi, consente di ritrovare nella storia della Chiesa italiana testimoni che, nel tempo, hanno abitato con amore luoghi ignorati e abbandonati.

Così ora si può riconsegnare a questo prete la frase che egli pronunciò nell’omelia della messa funebre per il medico missionario Carlo Urbani celebrata nel 2003: “La gente semplice ha bisogno di sapere, di conoscere queste gradi figure che davvero onorano l’uomo fatto a immagine e somiglianza del Padre”.
La gente ha bisogno di sapere anche un’altra cosa.
Lo stesso don Antonio Riboldi l’aveva ricordato riprendendo, in un’omelia, un pensiero del card. Ildefonso Schuster, arcivescovo di Milano: “Quando passa un ‘santo’ la gente si ferma, come davanti al momento della verità e della bellezza dell’uomo”.
Questo accadeva anche quando si incontrava il vescovo di Acerra, con il suo volto umile e sorridente, alle assemblee generali della Cei.
Questo accade nell’apprendere la notizia della sua morte avvenuta a Stresa il 10 dicembre 2017.

(*) direttore Sir dal 1997 al 2013