Come rendere Gesù ”contemporaneo” dei ragazzi?
Gesù è "contemporaneo" dei ragazzi? Lo abbiamo chiesto a don Armando Matteo, docente di teologia fondamentale presso la Pontificia Università Urbaniana, tra i relatori dell’omonimo evento internazionale che si svolgerà a Roma, dal 9 all’11 febbraio, per iniziativa del Comitato Cei per il progetto culturale.
I giovani di oggi sono "più vicini" o "più lontani" da Gesù?
"Se facciamo riferimento ai dati delle indagini più recenti, bisogna riconoscere che nei giovani tra i 20 e i 30 anni esiste, in generale, un atteggiamento di estraneità alla fede cristiana. Ciò non esclude, tuttavia come si può riscontrare nelle nostre associazioni ecclesiali che ci sia una percentuale significativa di giovani con un forte slancio verso la fede cristiana, vissuta all’insegna della centralità del Vangelo e della preghiera, anche se si tratta di un numero che tende a diminuire. Ciò che accomuna, comunque, tutti i giovani come ci dice anche l’analisi del Papa è il fatto che in loro sia presente un’inquietudine molto profonda per come è strutturata la società di oggi, in cui c’è poca speranza, manca il futuro: in questo, c’è una certa contemporaneità con Gesù, preoccupato di rivolgere uno sguardo di maggiore attenzione soprattutto a chi è povero e sfortunato. E tra i nuovi poveri’, oggi, sicuramente bisogna aggiungere i giovani".
Benedetto XVI, nei suoi recenti interventi, dà loro molto spazio, sottolineando come siano i giovani a pagare i costi più alti della crisi, che non è solo economica…
"La crisi che stiamo vivendo è prima di tutto una crisi di fiducia umana. Nel nostro Paese, c’è una sorta di eterna giovinezza che però si traduce in giovanilismo’, in una grande fiducia nelle potenzialità della giovinezza intesa in senso astratto. Tutti vogliono restare giovani, ma in realtà gli adulti non fanno spazio alle nuove generazioni: Essere sempre giovani’, per i nostri adulti, significa mantenere posizioni di potere, di prestigio, spendere 36 milioni di dollari in creme antiage, come è accaduto in America… Il mito dell’eterna giovinezza sottrae spazio proprio ai giovani, ci impedisce di fare spazio a chi viene dopo, e di questo i giovani risentono tantissimo. Manca la fiducia umana nella vita, nella bellezza delle sue tappe, e uno sguardo capace di andare oltre: ci si attacca a questa vita con i denti, a discapito di chi viene dopo".
Soprattutto dall’adolescenza in poi, molti giovani percepiscono Gesù, e la Chiesa in particolare, come qualcosa che non appartiene più ai loro orizzonti di vita: si può, e come, superare questa frattura?
"Gesù, prima di iniziare la sua vita pubblica, rimane trent’anni in silenzio e vive la vita dei suoi futuri discepoli, lavorando, ascoltando, entrando dentro il cuore dell’uomo. I giovani nati dopo il 1981, come è ormai assodato da tutte le ricerche, sono diversi da quelli che li hanno preceduti. La generazione facebook’ è fatta di pochi giovani, più coccolati dai loro genitori: spesso sono figli unici, vengono molto influenzati dai media e vivono in un ambiente multiculturale e multireligioso. I giovani soffrono di una doppia ingiustizia: da una parte, il mito del giovanilismo, dall’altra, gli adulti che non se ne vanno’… Il rischio è il ripiegamento su se stessi, il nichilismo. Se il futuro non incide come motivazione, allora posso fare qualsiasi cosa: se il futuro è così buio, decido sulla base di ciò che sento oggi".
Il successo che continuano a registrare le Gmg è un chiaro indicatore del bisogno di religiosità, anche inespresso, presente nei giovani. Basta per "rianimare" la vita delle nostre comunità?
"La Gmg ha 25 anni, ma non ha fatto ancora scuola’ all’interno delle diocesi e nelle parrocchie: la pastorale giovanile è rimasta un po’ in disparte, rispetto alle indicazioni e allo sviluppo che prima Giovanni Paolo II e poi Benedetto XVI hanno dato a quest’ormai tradizionale appuntamento dei giovani, che continua a riscontrare un enorme successo. Sono tre, a mio avviso, le caratteristiche della Gmg che dovremmo importare’ nelle nostre comunità: il numero delle energie messe a disposizione (a Madrid c’era l’1% della popolazione giovanile italiana, ma accompagnata dal 50% dei vescovi e dal 12% del clero); la possibilità di entrare in contatto con la Bibbia (da sempre le catechesi della Gmg sono esplicitamente bibliche, a differenza di quelle nelle parrocchie, a volte troppo moralistiche’). Infine, dalle Gmg occorre apprendere che il codice unificante di questa esperienza è la gioia: anche il Papa, di recente, ha messo in guardia i cristiani dalla tristezza. Le nostre comunità fanno fatica ad essere gioiose, spesso sono più interessate alla quantità delle messe e delle preghiere, e meno alla qualità. Per stare con i giovani, bisogna riscoprire il codice elementare della festa, della gioia, che è proprio innanzitutto della liturgia".
Il linguaggio dei giovani di oggi è molto diverso dalle generazioni che lo hanno preceduto: da dove partire, per parlare loro di Gesù?
"Dall’atteggiamento dei primi discepoli, che nell’annunciare il Vangelo si sono resi conto che era necessario perché più efficace passare dall’aramaico al greco. Hanno abbandonato le parole originali, mostrando così che l’inculturazione è fin dall’inizio centrale per il cristianesimo. È quello che il Papa chiama fedeltà creativa’, che esige da una parte una maggiore conoscenza dell’universo giovanile, dall’altra la capacità di sintonizzarsi, di volta in volta, sulla lunghezza d’onda del destinatario".
(23 gennaio 2012)