FAMILY 2012
La famiglia tiene, non ci sono solo crisi, divorzi, coppie di fatto…
Una famiglia riunita intorno al tavolo per un grande pranzo domenicale, che discute della Parola “spezzata” dal sacerdote durante l’omelia. Non è la tipica scena che rappresenta una famiglia patriarcale occidentale del passato, ma è ciò succede, oggi, nelle famiglie della diocesi di New Ulm, in Minnesota, secondo quanto raccontato dal pastore della Chiesa locale, mons. John M. Le Voir, intervistato dal Sir. Mons. Le Voir fa parte di una delegazione di vescovi americani che, a gruppi, stanno facendo in queste settimane la loro visita “ad limina” in Vaticano e fa emergere l’immagine di una società americana in cui non ci sono solo single, coppie di fatto e crisi matrimoniali, ma anche un bel numero di famiglie che tengono, hanno 2 o 3 figli e sono, nonostante tutto, unite.
Eccellenza, la sua è una diocesi situata in una zona agricola: le famiglie con cui si confronta quotidianamente hanno dinamiche e problemi diversi da quelle di area metropolitana?
“La situazione è cambiata negli ultimi 30 anni perché prima le famiglie, che erano tutte impegnate nel settore agricolo, avevano ognuna un appezzamento che andava dai 40 agli 80 ettari. Per lavorare queste terre c’erano mezzi assai diversi da quelli di oggi ed era necessaria molta manodopera: le famiglie erano costituite anche da 8, 10 o 12 figli che aiutavano tutti il padre nell’azienda agricola. Questo determinava una forte identità familiare e c’era una grande unità tra tutti i membri. Con il cambiamento tecnologico sono mutate anche le dimensioni delle famiglie: adesso ci sono aziende molto più grandi e non servono tanti figli per lavorare la terra, perché si utilizzano macchine sofisticatissime, che in certi casi sono guidate addirittura da casa con i navigatori satellitari. Le famiglie sono ancora molto unite, ma ci sono molti meno figli, due o tre per ognuna”.
Sembra comunque un quadro idilliaco, ben diverso da ciò a cui siamo abituati in Europa…
“Le difficoltà delle famiglie ci sono e sono molto simili a quelle che s’incontrano in altri luoghi dove la popolazione è molto più concentrata. Anche da noi si sperimenta un incremento dei divorzi, delle convivenze, e spesso i bambini invece di avere due genitori ne hanno quattro, tra naturali e ‘acquisiti’. Certo, nella mia diocesi questi problemi non sono così diffusi come nelle città e i numeri di divorzi e convivenze sono molto più bassi. Ciò dipende anche dal fatto che le persone che vivono in questo ambiente, stando sempre a contatto con la terra, hanno sviluppato un sentimento, una consapevolezza che tutto dipende da Dio e hanno un rispetto molto grande per la famiglia naturale”.
In questo contesto quali sono gli strumenti di pastorale familiare più efficaci?
“Nella mia diocesi i cattolici rappresentano il 25% della popolazione e oltre il 35% di loro va alla messa regolarmente. Spesso succede che se uno o più membri della famiglia vanno alla celebrazione domenicale, quando tornano a casa e si riuniscono per il grande pranzo della domenica, che qui è una tradizione, parlano di ciò che ha detto il sacerdote durante la messa e lo confrontano con la propria vita. Le omelie sono importanti ed efficaci e, quando vado a celebrare nelle parrocchie, vedo come le mie parole colpiscano le persone che poi ne parlano tra di loro. Non mancano, comunque, i programmi educativi a scuola, gli incontri formativi per gli adulti e le catechesi di preparazione al matrimonio. A livello diocesano abbiamo anche un giornale che è abbastanza letto, ‘The Prairie Catholic’, ‘La prateria cattolica’”.
Cosa si aspetta, da pastore, dal VII Incontro mondiale delle famiglie che si terrà a Milano il prossimo maggio?
“Questi appuntamenti sono un’iniziativa del beato Giovanni Paolo II: convinto, come era, che la famiglia è importantissima per la società, faceva quello che poteva per darle il massimo sostegno. Il valore di questi Incontri è che ci sono delegazioni che provengono da tutto il mondo e quello che raccontano, quando ritornano, è molto positivo, soprattutto perché vedono che altre famiglie provenienti da altri Paesi condividono le medesime esperienze. In tutti noi c’è la passione d’incontrarci in un evento specifico per le famiglie perché è un segno positivo, di fraternità”.
(05 aprile 2012)