50° CONCILIO
Dignità e ruolo delle donne: aperture e possibilità
“La Chiesa è fiera d’aver esaltato e liberato la donna, d’aver fatto risplendere nel corso dei secoli, nella diversità dei caratteri, la sua uguaglianza sostanziale con l’uomo”. Comincia così il messaggio inviato da Paolo VI alle donne a chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre del 1965. Qual era la concezione della donna che i padri conciliari consideravano come punto di riferimento e come è cambiata, in questi anni, la “questione femminile”? Il SIR lo ha chiesto a Giulia Paola Di Nicola, docente di sociologia all’Università di Chieti e condirettrice della rivista “Prospettiva persona”. Qual è lo specifico del “femminile”, all’interno della visione dell’uomo conciliare?
“Il Concilio terminò con il messaggio alle donne, e per la prima volta accolse le donne durante lo svolgimento dei lavori, sia pure come uditrici laiche. Possiamo dire che quella del Concilio è stata una timida ma importante apertura, in quanto ha sicuramente inaugurato un modo più comunionale di pensare la Chiesa, a vantaggio dei laici e anche delle donne. Pur non essendoci, infatti, nessun documento del Concilio tematicamente dedicato alle donne, la questione femminile viene inserita all’interno del grande tema del laicato, di cui parlano soprattutto la ‘Lumen Gentium’ e la ‘Gaudium et Spes'”. Si può dire che il Concilio abbia inaugurato un cambiamento di prospettiva?
“Sicuramente il Concilio ha cominciato a prendere atto del nuovo ruolo che stava assumendo la donna nella società, ma il vero cambiamento, a livello antropologico e teologico, c’è stato con la ‘Mulieris Dignitatem’, e a livello sociologico con la ‘Lettera alle donne’. Nella ‘Mulieris’, Giovanni Paolo II dice per la prima volta che non ha peccato solo Eva, ma tutti e due, e che sia l’uomo sia la donna sono fatti ‘a immagine di Dio’. Inoltre, il Papa dà un maggiore fondamento teologico al fatto che la disuguaglianza tra uomo e donna sia frutto del peccato, e non appartiene al disegno originario di Dio. Nella sua interpretazione della Lettera agli Efesini, Giovanni Paolo II supera l’idea del matrimonio fondato sull’uguaglianza e lo interpreta nell’ottica della reciprocità di uomo e donna. Nella ‘Lettera alle donne’, c’è un’apertura al lavoro femminile: prima del Concilio, la Chiesa in linea di principio era contraria al lavoro delle donne, lo vedeva un pericolo per la moralità e un ostacolo alla stabilità della famiglia. Giovanni Paolo II parla di ‘diritti’ delle donne al lavoro e a una giusta retribuzione, superando così la scissione in atto fino ad allora tra l’uomo-lavoratore e la donna-madre. ‘Moltiplicatevi e coltivate la terra’, è un invito rivolto sia all’uomo che alla donna, rotto poi dal peccato”. Quali altri “passi in avanti” sono stati fatti sulla questione femminile?
“Quello del Concilio è ancora un lavoro non compiuto, anche Benedetto XVI lo ha ripetuto diverse volte. Lo stesso Benedetto XVI – nel 2004, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede – ha fatto un passo avanti significativo, nella ‘Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo’: Giovanni Paolo II aveva messo a tema la questione femminile, Benedetto XVI sostiene che riflettere sull’identità della donna comporta una riflessione anche sull’identità dell’uomo. La questione femminile, in altre parole, per il Papa non va ‘ghettizzata’, ma al contrario esige di ripensare l’umano nella sua interezza”.E la donna all’interno della Chiesa?
“Tante realtà, prima ancora del Concilio, e durante e dopo, sono nate dall’iniziativa delle donne: penso per tutte a Chiara Lubich, alle sue aperture che si sono rivelate in qualche modo profetiche. In generale, è un dato di fatto che le donne ‘costruiscono’ la Chiesa, ai vari livelli. Forse occorrerebbe ascoltare di più le donne, e anche dare loro maggiore voce: bisogna camminare ancora, ma ci vuole la pazienza dell’unità. Non è facile cambiare senza un consenso allargato: le fughe in avanti non servono, se manca la condivisione. Tutto ciò è molto evidente a livello ecumenico: alcune iniziative rischiano di rallentare i processi, più che di favorire l’avvicinamento. C’è poi il grande tema del laicato. Dare l’impressione di un laicato ‘gestito’ equivarrebbe, in qualche modo, a sconfessare il Concilio: vorrebbe dire, infatti, o che non c’è un laicato maturo, oppure che non c’è fiducia nei confronti dei laici. Il laicato cattolico invece esiste, ed ha una sua parola sul mondo: certo, si tratta di un tema molto delicato, e la Chiesa teme di essere coinvolta come ‘una parte’. Bisogna avere però anche il coraggio di rischiare, e avere fiducia che lo Spirito opera in tutti”.Da dove comincerebbe?
“Ad esempio, dal ripensare la questione femminile all’interno della frase della Genesi: ‘A immagine di Dio li creò’. Bisogna capire meglio cosa vuol dire che anche la donna è immagine di Dio: talora si ha l’impressione che l’uomo – inteso come essere umano maschio – sia l’unica immagine di Dio, e che la donna sia… solo una copia della copia”.
a cura di M.Michela Nicolais
(25 luglio 2012)