50° CONCILIO

Laici per la città

Cattolici e politica in una riflessione di Giuseppe Savagnone

Foto SIR

Di fronte alla crisi di una classe politica che oggi "cerca di riciclarsi in forme rinnovate di aggregazione", non bastano "operazioni di maquillage. Urge, da parte di tutti, un autentico rinnovamento". Ne è convinto Giuseppe Savagnone, editorialista, docente alla Scuola di formazione politica "Pedro Arrupe", e autore del saggio "I cattolici e la politica oggi. Sette nodi da sciogliere" (Cittadella editrice – Assisi 2012) nel quale richiama, tra l’altro, il magistero conciliare al riguardo. Il Sir lo ha intervistato.

Quale lettura ha dato il Concilio dell’impegno politico dei cattolici?
"In armonia con la valorizzazione di tutte le realtà terrene, il Concilio ha sottolineato fortemente la dimensione della laicità della politica e, conseguentemente, il ruolo dei laici cristiani. La ‘Gaudium et Spes’, al n.43, dice espressamente che, ‘quando essi agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati (…) spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena’. E, al n.76, chiede che ‘si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori’. È la distinzione, già fatta da Jacques Maritain, tra l’agire ‘da cristiani’, ma ‘in quanto cittadini’, e dunque sotto la propria responsabilità, e l’agire piuttosto ‘in quanto cristiani’, sotto la guida dei pastori".

A quale di questi due livelli si pone l’impegno politico dei laici?
"Al primo, e perciò esige da parte loro una capacità d’iniziativa, una creatività culturale e operativa, un’autonoma assunzione delle proprie responsabilità – sempre ‘guidati dalla loro coscienza cristiana’, ‘convenientemente formata’ – che non sono in antitesi, ma si armonizzano con l’insostituibile missione della gerarchia, a cui compete enunciare i princìpi (anche riferendoli alle situazioni concrete) per la costruzione di una società a misura d’uomo".

Come si è sviluppato tale impegno in questi 50 anni?
"Dopo la fine della Dc i cattolici si sono inseriti nelle diverse formazioni politiche, ma senza che la loro voce influisse in modo significativo nei rispettivi schieramenti. Mentre a livello sociale il mondo cattolico ha continuato ad essere protagonista, a livello politico è apparso succube di linee culturali ed etiche che sono incompatibili non solo con la dottrina della Chiesa, ma anche con le esigenze del bene comune. Questo non ha portato fortuna al Paese: abbiamo assistito a un vero e proprio tracollo sia nella progettualità della classe politica della Seconda repubblica, sia, ancora di più, nello stile della vita pubblica. In questa latitanza dei laici credenti, è stata la gerarchia ecclesiastica a svolgere un ruolo di supplenza, che l’ha esposta a un inevitabile logorio e da cui proprio i vescovi chiedono di esser sollevati con l’avvento di una nuova generazione di politici cattolici all’altezza della situazione".

Come si è evoluto al riguardo il magistero della Chiesa?
"Io credo si possa parlare, più che di un’evoluzione, di una forte continuità, di cui è un esempio l’attuale pontificato. Nella ‘Deus caritas est’ Benedetto XVI ha ribadito con forza la linea del Concilio quando ha osservato che ‘la Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile’ (n.28). Infatti, spiega il Papa, ‘la formazione di strutture giuste non è immediatamente compito della Chiesa, ma appartiene alla sfera della politica, cioè all’ambito della ragione autoresponsabile (…) Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società è invece proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica (…) rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità’ (n.29). Perfetta sintonia con la ‘Gaudium et Spes’!".

Oggi quale situazione e prospettive, tra perdita d’incisività ma anche nuovi fermenti?
"Il mondo cattolico sembra prendere coscienza – davanti a una crisi che, nel nostro Paese, non è solo finanziaria ed economica, ma anche e innanzitutto culturale e morale – della necessità di uscire dalla logica della sudditanza a forze e visioni politiche (di tutto l’arco parlamentare) che di questa crisi sono in larga misura responsabili, e di recuperare il prezioso patrimonio di una tradizione socio-politica cattolica che ha avuto in passato rappresentanti come don Sturzo e De Gasperi e che è forse l’unica prospettiva ancora credibile per il rilancio dell’Italia. Per questo va salutato come un passo importante lo sforzo di ristabilire un dialogo fraterno, non in funzione della creazione di un nuovo partito, ma di una presa di coscienza di ciò che unisce i cristiani, da far pesare con un impegno concorde sui rispettivi schieramenti".

Che cosa, in particolare, occorrerebbe per un’autentica "ripresa" della politica?
"Bisogna che il tema politico (da non confondere con quello partitico!) torni ad essere all’ordine del giorno della comunità ecclesiale, non solo nelle scuole di politica (di cui si vede una timida rinascita), ma a livello di popolo cristiano. Se è vero, come insegna Benedetto XVI sulla linea dei suoi predecessori, che la politica è una via della carità (cfr. ‘Caritas in veritate’, n.7), essa non riguarda solo i deputati, ma ogni credente in quanto cittadino. La ripresa politica può venire solo dal basso, più precisamente da un laicato responsabile, con uno sforzo che deve vedere protagonisti i singoli, le comunità ecclesiali, le associazioni del Terzo settore, e coinvolgere tutti gli uomini e le donne di buona volontà".

a cura di Giovanna Pasqualin Traversa

(31 luglio 2012)