50° CONCILIO

Cattolici a stelle e strisce

Uno storico e una teologa statunitensi parlano del Vaticano II oltreoceano

Università e college americani cattolici stanno celebrando il 50° anniversario del Concilio Vaticano II con una serie di vivaci seminari, conferenze e dibattiti. In questo mezzo secolo i cattolici negli Stati Uniti sono profondamente cambiati. Per capire quale ruolo abbia ricoperto il Concilio in questo sviluppo, il Sir ha interpellato William Dinges, docente di storia della Chiesa alla Catholic University of America, e Francine Cardman, docente di teologia storica alla School of Theology and Ministry del Boston College.

Professor Dinges, come è stato accolto 50 anni fa il Concilio dai cattolici americani?
“Al tempo la stragrande maggioranza dei cattolici americani ha giudicato favorevolmente l’apertura del Concilio. Anzi, ne era entusiasta. Intanto perché – si diceva – il tono generale del Concilio in qualche misura avrebbe aggiornato la posizione tradizionalmente ‘difensiva’ della Chiesa rispetto alla cultura secolare, alla riforma protestante e all’illuminismo. La gente avvertiva l’impegno della Chiesa al dialogo costruttivo con la modernità. Poi le variazioni intervenute nella liturgia sono state accolte molto positivamente. Un altro aspetto che piacque ai cattolici negli Stati Uniti fu la sottolineatura del ruolo attivo delle donne nella Chiesa, e la chiamata alla santità di tutto il popolo di Dio, con un’attenzione rinnovata ai laici. Infine, molto apprezzata fu l’apertura in chiave ecumenica verso i protestanti. Questa linea fu molto importante nel contesto della società americana, dove i protestanti erano il gruppo religioso prevalente”.

Qual è l’eredità del Concilio nella vita quotidiana della Chiesa, professoressa Cardman?
“Credo che il Concilio abbia incoraggiato un maggiore impegno dei cattolici in fatto di giustizia sociale. Li ha spronati ad agire, e il messaggio è stato recepito. Soprattutto da parte di quei fedeli della classe lavoratrice, attivi negli ospedali, nei sindacati, nelle scuole… E in qualche misura in America ha favorito il movimento dei diritti civili. Si pensi, ad esempio, al movimento degli agricoltori americani guidato dal messicano-americano César Chávez. L’accento posto dal Concilio nella direzione di un forte attivismo sociale ha anche irrobustito il movimento contro la guerra in Vietnam. Emblematici esempi in questo senso sono personalità come Philip Berrigan e il fratello gesuita Dan Berrigan; oppure Dorothy Day, una delle fondatrici del movimento cattolico dei lavoratori. Furono icone dell’impegno dei cattolici nel sociale. Sulla scorta del Concilio in America ha anche preso vigore l’ecumenismo, un dialogo sempre più fitto tra cattolici e protestanti, tra cattolici ed ebrei. Ci sono stati passi in avanti molto rilevanti, a livello di parrocchie, quartieri, paesi. Il grande dialogo, cominciato sulla fine degli anni ’70, ha preso piede negli anni ’80 divenendo davvero significativo”.

Professoressa Cardman, qual è oggi il ruolo dei cattolici in America in realtà come ospedali, fabbriche e scuole?
“Molti più cattolici sono consapevoli che la fede non è qualcosa da relegare alla messa domenicale, ma al contrario è parte integrante della loro vita, comprese le ore che trascorrono sul posto di lavoro. Questa consapevolezza, messa in risalto dal Concilio, nel tempo è divenuta sempre più importante per i cattolici americani. Ciò, però, non significa ancora una loro evidente e massiccia presenza nella realtà sociale e politica. C’è molta separazione, qui in America, tra la sfera religiosa, vista da molti come un ambito personale, e quella pubblica. Viviamo in una società molto pluralista e c’è una grande attenzione a non urtare la sensibilità altrui. Come conciliare quest’attenzione con l’attivismo cattolico al quale il Concilio ci ha richiamati è qualcosa su cui in America si sta ancora sperimentando. Questo, comunque, non impedisce ai cattolici di ricoprire un ruolo nella società americana. Basti pensare che almeno cinque su nove giudici della Corte suprema sono cattolici, e che in questa sfida elettorale il vicepresidente in carica, Joe Biden, e l’aspirante vicepresidente, il repubblicano Paul Ryan, sono entrambi cattolici”.

Torniamo a lei, professor Dinges. In questo mezzo secolo i cattolici americani sono dunque molto cambiati, e non solo per gli effetti del Concilio. Qual è la loro più importante sfida guardando al futuro?
“Consideriamo i cattolici d’origine europea, italo-americani, polacco-americani o irlandesi-americani, ad esempio. Per molto tempo la loro fede era tutt’uno con l’identità nazionale. L’America era un Paese difficile per i cattolici alla luce del potere egemonico dei protestanti, e quindi facevano quadrato a fronte di una nazione in cui erano visti come ‘diversi’. Oggi la società americana è molto più tollerante e i cattolici si sono anche imborghesiti. La loro pratica religiosa, quindi, sempre più slegata dall’elemento etnico, deve essere ancor più consapevole, altrimenti rischia di disperdersi all’interno di una società multi-religiosa”.

a cura di Damiano Beltrami, corrispondente Sir dagli Stati Uniti

(10 ottobre 2012)