50° CONCILIO

Notizie dal confessionale

Il primo dibattito ascoltato da Gianfranco Svidercoschi

“All’inizio il Concilio era una piccola macchina che si organizzava in proprio. C’era un patto tra me e il segretario della preparazione, che sarebbe poi diventato il segretario generale, mons. Pericle Felici, in base al quale potevo telefonargli quando avevo qualche dubbio e lui mi precisava le informazioni. In cambio io, ogni mese, gli facevo una piccola rassegna stampa dal mondo per conoscere quello che si diceva del Concilio. È andata avanti in questo modo per tutto il periodo della preparazione”. Così Gianfranco Svidercoschi, vaticanista e biografo di Giovanni Paolo II, ricorda al Sir gli anni del Concilio Vaticano II a pochi giorni dalla stesura del suo ultimo libro “Il ritorno dei chierici. Emergenza Chiesa tra clericalismo e Concilio” (Dehoniane).

Da giovane giornalista, coprì per l’Ansa i lavori del Concilio…
“Poco prima dell’annuncio del Concilio, per una serie di circostanze, avevo chiesto all’Ansa di essere inviato in Francia. Il direttore, però, mi chiese di andare in Vaticano, perché stava morendo Pio XII, e lì seguii anche l’elezione di Giovanni XXIII. Trascorse del tempo e, mentre ero sempre intenzionato a partire, arrivò il 25 gennaio 1959, giorno in cui papa Roncalli annunciò il Concilio. Scelsi allora di raccontare una Chiesa che cominciava a spalancare porte e finestre, sperimentando in prima persona un profondo riavvicinamento alla fede”.

Quale fu la sua impressione il giorno dell’apertura dei lavori?
“Il mattino dell’11 ottobre era tutto nuovo e tutto così incerto. C’erano vescovi provenienti dal mondo intero, facce di ogni colore, ma quando entrarono dentro la Basilica era un po’ come se la Chiesa si richiudesse ancora nel suo recinto. Tutto era nuovo e tutto era sospeso nel legame di un passato non ancora passato. Alla sera, poi, abbiamo assistito all’esemplificazione più chiara di come sarebbero cambiati i tempi dopo il Concilio. Il popolo che entrava in piazza San Pietro e il Papa che parlava alla luna con le parole della gente. Un evento che colpì le persone perché veniva utilizzato il loro linguaggio, che la Chiesa per secoli non aveva pronunciato”.

C’è un ricordo particolare?
“All’apertura del Concilio, da giornalista, entrai dentro la Basilica al seguito dei vescovi finché non fu dichiarato l’extra omnes. Di corsa cercai di uscire ma quando arrivai a metà della Basilica sentii chiudere i portoni e rimasi bloccato dentro. Allora, per non farmi prendere dai gendarmi, mi infilai in un confessionale e da lì sentii il primo dibattito dei padri conciliari del centro Europa, che non volevano accettare le liste date dalla Segreteria generale come indicazione per nominare i nuovi membri delle Commissioni conciliari. Ci furono due o tre interventi, uno dei quali del card. Frings di Colonia scritto dal futuro papa Ratzinger suo teologo. L’assemblea durò mezz’ora circa e grande fu la sorpresa leggendo i giornali all’indomani. Uno dei periti più noti, il card. Roberto Tucci, venne a sapere questa storia e negli anni si convinse che io mi fossi nascosto nel confessionale dalla notte prima per fare lo scoop”.

Come veniva raccontato il Concilio dai giornali?
“La prima sessione fu molto difficile da seguire perché le informazioni erano poche e talvolta ambigue, diffuse da centri stampa alternativi. Dalla seconda sessione, invece, tutto andò meglio grazie ai centri di documentazione per gruppi linguistici. Noi italiani avevamo come referente anche un vescovo, mons. Andrea Pangrazio, che diventerà segretario generale della Cei. Poi c’era il card. Tucci, il teologo Colombo, mons. Sartori e altre persone che ci informavano ogni giorno sui lavori del Concilio. Il gruppo italiano fu quello più informato ed equilibrato. In altri Paesi, invece, era più marcato un tifo diviso tra destra e sinistra”.

Per la prima volta, la Chiesa si aprì ai mezzi di comunicazione e al mondo… 
“Nel periodo preconciliare avevo conosciuto un Vaticano paludato, silenzioso, raccontato da voci di corridoi. Con il Concilio, invece, la Chiesa si apre al mondo. Quando cominciarono i lavori, in previsione dei giornalisti che sarebbero venuti da tutto il modo, si ricavò una sala stampa in via della Conciliazione, dove sarebbe poi rimasta fino ad oggi, con un miglioramento significativo nella diffusione delle informazioni. In quegli anni il fatto religioso era avvertito dalle persone e attraversava le coscienze di ogni uomo e di ogni donna. Fu grande l’entusiasmo subito dopo il Concilio. Anche il ’68, almeno nella buona spinta iniziale, influì positivamente sulla Chiesa facendo compiere un bagno di purificazione a diversi movimenti. L’Azione cattolica, ad esempio, si dissanguò come numeri ma poi fece una scelta religiosa, ritornò alla sua spiritualità. Gioventù studentesca cambiò in Comunione e liberazione. Sant’Egidio nacque dalla voglia di cambiare il mondo del ’68 unita al rinnovamento del Concilio. Altri uomini di Chiesa, invece, si misero paura degli eventi. Se non ci fosse stato il Concilio, che aveva già preparato e attrezzato la Chiesa, forse la crisi di quegli anni sarebbe stata di gran lunga peggiore”.

Che bilancio si sente di trarre a 50 anni dal Concilio?
“Mi sembra che ci sia stato un grande avanzamento rispetto agli stessi traguardi posti dal Concilio nella relazione tra la Chiesa e il mondo: dialogo con gli ebrei, libertà religiosa, ecumenismo, rapporto con le Chiese non cristiane. Così come per i punti contenuti nella costituzione ‘Gaudium et spes’. Viviamo una Chiesa che, in tutta la sua parte più viva e vitale, è frutto del Concilio. Una Chiesa centrata sulla parola di Dio, ecumenica, pastorale, presente nella società. La sola cosa che ritengo non sia stata attuata è la riforma istituzionale. Il documento meno realizzato è proprio quello cardine, la ‘Lumen gentium’. La Chiesa mistero, spirituale, che dia spazio all’aspetto carismatico è per molti aspetti ancora una Chiesa istituzionale, burocratica. Quindi la visione della Chiesa come popolo di Dio: si può dire che sia stata veramente raggiunta una corresponsabilità del mondo laicale? E pensare che il Concilio aveva fatto precedere il capitolo del popolo di Dio a quello sulla gerarchia. Infine, la collegialità episcopale. Il Vaticano II ha rivalutato il collegio episcopale che, sotto il Papa e con il Papa, è responsabile della Chiesa universale. C’è stato questo riequilibrio tra il primato del Papa e il collegio dei vescovi? Soprattutto tra le Chiese locali e la Curia romana? Questa nuova Chiesa della ‘Lumen gentium’ ancora non è stata pienamente raggiunta”.

a cura di Riccardo Benotti

(10 ottobre 2012)