50° CONCILIO

Qui c’è la mano di Dio

Il card. Giuseppe Siri in una commemorazione dell’11ottobre 1962

“La data dell’11 ottobre 1962, inizio del Vaticano secondo, non si può ignorare. Non per dare un giudizio, perché fatti di questo genere si interpretano solamente coi secoli, ma perché una ponderazione cauta, oltre che utile, appare doverosa”. Sono le parole del card. Giuseppe Siri, in una commemorazione dell’inizio dei lavori del Vaticano II.
Che cosa è stato il Concilio? “Il Vaticano II è un fatto teologico. Proprio perché di tale natura esso deve avere una interpretazione teologica, ossia dal piano perfettamente cattolico e nella sola dottrina che scende dalla parola di Dio, sia tràdita sia scritta. Chi pretende di giudicare il Concilio non da questo piano, si mette nel falso”. E, se il Concilio lo si guarda come fatto teologico, “bisogna dire: qui c’è la mano di Dio”.

Il Concilio può essere considerato anche come un fatto storico, il che non diminuisce il valore del fatto teologico, ma vi dimostra chiara la presenza della mano di Dio. Fin dal secondo giorno del Concilio – ricordava il card. Siri – fu chiesto di respingere lo schema preparato circa le fonti della Rivelazione. Così fu fatto e quello presentato in seguito fu migliore e capace di ulteriori perfezionamenti, come poi accadde. Il Concilio fu un fatto estremamente serio e lo si comprende anche considerando i numeri: in quattro sessioni parlarono circa 500 Padri; gli altri 2.500 ascoltarono sempre e furono la grande saggezza silenziosa del Concilio. “Nessuno può sottrarsi all’ammirazione per questa assise che ondeggiò numericamente tra i 2.500 e 3.000 Padri, che mai fu rissosa, mai ineducata, mai violenta, anche se talvolta il timbro vibrato di alcuni Padri lasciava capire benissimo la loro interna passione”.
In taluni momenti le discussioni in Concilio furono piuttosto animate. Ora, “che le rughe apparissero è stato di somma utilità all’avvenire; che taluni stati d’animo esplodessero, era desiderabile e confacente; che le acque defluenti dalle diverse sorgive montane colassero nel tratto montano con impeto e freschezza era spettacolo di vita ed impeto di amore. Che tutto questo avvenisse pacatamente senza mai violare la dignità della grande Assemblea, senza bassa polemica era spettacolo unico al mondo. Che attraverso tutto questo la verità toccasse la sponda, era spettacolo di Dio!”.

Il confronto rientrava nelle previsioni. Nessuno doveva scandalizzarsi che i vescovi, chiamati a esprimere liberamente il loro pensiero, portassero con sé valutazioni personali, problemi specifici, tracce della propria cultura e, anche, difetti. Si chiedeva il card. Siri: si sarebbero dovuti forse preferire “vescovi mummificati, solenni, senza ricordi, senza passioni, senza difetti di cultura, senza reazioni, senza errori di prospettiva o di metodo?”.
Non si doveva avere paura che questa umanità apparisse chiara, perché “la grandezza del Concilio sta proprio nel fatto che è un’assemblea umana garantita al suo ultimo traguardo da una assistenza divina e mai privata della prerogativa lasciata da Dio ad ogni singolo uomo di avere difetti”.
“Si abbia pazienza e si vedrà come in mezzo alla Assemblea, certo la più composta e dignitosa della umanità, ma pur sempre umana, si vadano disegnando – e già si vedono chiare – le vie di Dio. Un Concilio prefabbricato, anche divinamente nella mummificazione dei suoi membri sarebbe veloce e comodo, ma sarebbe inumano, oltraggioso dello stile divino nell’opera della redenzione, lesivo di una legge fondamentale e – alla fine di tutto – assai poco interessante”.
Inoltre, il Concilio ha offerto un fatto davvero sorprendente: “Tutte le culture e tutte le civiltà mondiali – confessava l’allora arcivescovo di Genova – le abbiamo viste rimbalzare sulla sua superficie. Tutte, con tutte le loro caratteristiche. Tanto che è apparso un tale panorama del mondo, di queste culture e della situazione della Chiesa rispetto a tutte le diverse culture, da far dire a qualcuno: ora la Chiesa sa che cosa deve fare per almeno 100 anni!”.

Se questo è stato il Concilio, purtroppo, molto hanno nuociuto le visioni politiche e sociologiche date ai vescovi, etichettandoli come tradizionalisti o progressisti. Talune permangono ancora oggi. La ragione sta nel fatto che alcuni, fuori del Concilio, digiuni di teologia o in cattiva fede, hanno usato per il Concilio una dialettica “che potrà passare per tutte le altre assemblee di questo mondo, soprattutto a sfondo politico ed economico, ma che nulla a che vedere con un Concilio”. È stato un errore di fondo quello di dividere i Padri secondo fazioni, secondo correnti progressiste o tradizionaliste: una lettura adatta a tante assemblee ma non al Concilio. “Molta stampa ha travisato il Concilio perché gli ha applicato il paradigma applicabile forse ad altre, anche illustri assemblee, ma non a questa. Ecco perché non ritengo essere stata – in genere – veritiera e giusta la informazione che è stata data. È tutto qui: non si potevano applicare paradigmi eterogenei. Sono convinto – affermava il cardinale – che chi avesse potuto assistere, anche soltanto per un’ora, ad una seduta conciliare avrebbe capito che era impossibile applicare gli schemi consueti”.
“Nel Concilio – continuava il card. Siri – ho sentito molte cose umane, ma ho altrettanto sentito, vorrei dire visto, che inconsciamente per taluni, non volutamente per altri, soprannaturalmente per molti, un discreto, silenzioso, insistentissimo istinto comune che tutto avvolgeva; esso in realtà tutto trascinava ed era: che si doveva per amore superare ogni ragione umana pur di arrivare all’ideale di Cristo […]. Credo sia stato veramente il segno della presenza dello Spirito Santo. Quando, nel vivace confronto tra interventi diversi, si sarebbe potuto trovare la traccia della polemica, le difficoltà cadevano se c’entrava la ragione della carità”.

Marco Doldi

(08 ottobre 2012)