50° CONCILIO
Il viaggio del Papa alla luce della “Dignitatis Humanae”
Il viaggio di Benedetto XVI in Libano ci offre l’occasione di riflettere sul tema della libertà religiosa e sull’urgenza del dialogo che deve vedere insieme cristiani e appartenenti ad altre religioni, e in modo particolare all’Islam.
La visita del Papa, a quindici anni da quella compiuta da Giovanni Paolo II, nei giorni in cui una forte tensione nei Paesi vicini e una guerra nella vicina Siria tra l’esercito e gli oppositori del regime, è stata innanzitutto un grande messaggio per chiedere la pace e la riconciliazione. Benedetto XVI ha più volte sottolineato la necessità che ai popoli sia ridata la dignità.
Così incontrando i leader politici libanesi, i capi religiosi e il corpo diplomatico, il Papa sottolinea che il rispetto per la dignità di ogni persona e, in particolare, per la sua libertà di professare liberamente la propria fede sono il fondamento della pace ed è contro questo atteggiamento fondamentale dell’animo umano che agisce il male.
C’è un passaggio dell’Esortazione post-sinodale “Ecclesia in Africa” che chiarisce ancora meglio questo concetto quando, nel documento, si fa la distinzione fra laicità secolarista e fondamentalismo. È da rifiutare, la laicità, quando riduce la religione a un fatto privato, estraneo alla società. Occorre, dunque, mettere in primo piano la “laicità sana”, che significa “il reciproco rispetto tra politica e religione, evitando la tentazione costante della commistione o dell’opposizione”; una sana laicità “garantisce alla politica di operare senza strumentalizzare la religione, e alla religione di vivere liberamente senza appesantirsi con la politica dettata dall’interesse, e, qualche volta, poco conforme o addirittura contraria alle credenze religiose”. Il fondamentalismo religioso, che sfrutta “le incertezze economico-politiche, l’abilità manipolatrice di certuni e una comprensione insufficiente della religione”, non è presente solo nel mondo musulmano, ma affligge “tutte le comunità religiose, e rifiuta il vivere insieme secolare”. Il fondamentalismo religioso, si legge ancora nel documento, “vuole prendere il potere, a volte con la violenza, sulla coscienza di ciascuno e sulla religione per ragioni politiche”.
Ed ecco che si evidenzia il nesso inscindibile tra pace e libertà religiosa che già il Concilio aveva messo in primo piano nella dichiarazione “Dignitatis humanae”: “La persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Questa libertà consiste in ciò che tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte sia di singoli individui, sia di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, e in modo tale che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, ad agire in conformità con essa”.Il linguaggio risente degli anni trascorsi ma le parole hanno comunque un significato di grandissima attualità: il fondamento del diritto alla libertà religiosa è la verità oggettiva della dignità della persona umana, la quale è la verità fondamentale su cui tutto l’ordine socio-giuridico si fonda.
Il Concilio porta fuori la Chiesa dalla logica della rivendicazione dell’unica vera religione; non annulla il suo ruolo, ma riconosce che una verità è presente anche in altre religioni e che con queste si deve e si può dialogare. Ancora, con questo testo la Chiesa mette al primo posto dei diritti e delle libertà fondamentali la persona umana, senza più anzitutto difendere le proprie posizioni, la propria libertà. Mettere in primo piano la persona umana, la sua dignità, i suoi diritti, ha significato un ruolo nuovo nel contesto internazionale, un modo nuovo di confrontarsi con il mondo, di relazionarsi con le altre Chiese cristiane. La Chiesa cattolica ha così iniziato a chiedere che il diritto alla libertà religiosa – diritto che ogni cittadino possiede in quanto persona – venisse riconosciuto come diritto civile nell’ordinamento giuridico delle società. Una richiesta che la Santa Sede porterà nei luoghi internazionali in cui si discute il futuro delle società e dei rapporti tra nazioni. Ricordiamoci che il Concilio si svolge negli anni in cui il Vecchio Continente è ancora diviso dalla cosiddetta cortina di ferro, e portare certe affermazioni nei dialoghi internazionali, penso alla conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, all’Atto finale di Helsinki, in cui grande fu il contributo di mons. Agostino Casaroli che poi sarebbe diventato cardinale segretario di Stato con Giovanni Paolo II, dove è vero la pagina dei diritti umani – compreso il principio VII sulla libertà di pensiero, di coscienza, di religione o credo – è stata la più sacrificata, ma dove proprio l’aver proposto queste aperture e temi ha inevitabilmente messo in atto un meccanismo di attenzione che nel tempo ha portato frutti.Ma tornando al viaggio del Papa in Libano, l’aver puntato sulle parole dignità e riconciliazione assume un significato molto importante: dignità è stata anche la parola chiave della primavera araba, lo slogan dei giovani che sono scesi nelle piazze per rivendicare un futuro diverso, migliore. E forse proprio “riconciliazione” è l’altra parola sulla quale riflettere: la dignità significa anche, se non soprattutto, rispetto dell’altro che non deve essere visto come un male da combattere. Allora riconciliarsi significa riconoscere le proprie colpe, i propri limiti e stringere la mano a colui che impropriamente si è considerato un male, un nemico.
Tutto questo lo si può fare se la pace vive nella sua radice più profonda che è quella religiosa: riconoscere insieme, cristiani e musulmani, che la giustizia in Dio e tra gli uomini è l’autentica base per lottare contro il peccato che è all’origine della divisione; riconoscersi in un “Dio uno” è il modo per “contribuire notevolmente alla pace nella regione e alla convivenza rispettosa dei suoi abitanti”.Fabio Zavattaro(17 settembre 2012)