50° CONCILIO - DOCUMENTI
La costituzione “Dei Verbum”
Votata verso la fine del Concilio, la costituzione “Dei Verbum” (DV), seguendo le orme dei Concili Tridentino (1543-1565) e Vaticano I (1869-1870), intende proporre la genuina dottrina sulla Divina Rivelazione e la sua Tradizione, affinché l’annuncio della salvezza, fatto a tutti gli uomini, li muova alla fede, alla speranza e alla carità.
Afferma che la Rivelazione non è un catalogo, una raccolta di verità, ma una buona notizia: la novità è che Dio c’invita a prendere parte alla sua stessa vita. È, dunque, necessario che i cristiani si approprino delle Scritture. Fin dalle sue prime parole, la costituzione spiega e mostra la dinamica della Divina Rivelazione: “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà (cfr Ef 1,9), mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo, hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura” (DV 2).
Seguendo il pensiero paolino, il Concilio pone come fontale il progetto di Dio, nascosto nei secoli e ora rivelato e realizzato attraverso il suo Figlio. Tutti gli uomini, per mezzo di Cristo e nello Spirito Santo, sono resi partecipi della stessa vita di Dio: vivono grazie a Lui e per Lui. Se questo è il contenuto della Divina Rivelazione, il progetto più intimo di Dio, la stessa rivelazione si è concretizzata attraverso il dialogo con cui Dio “nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr Es 33; Gv 15,14-15) e s’intrattiene con essi (cfr Bar 3,38) per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”. La vita cristiana si alimenta mediante questo dialogo che ha origine in Dio, mediante questa parola che chiama l’uomo alla comunione divina e attraverso questa confidenza di Dio nei confronti degli uomini.
La comunicazione del Dio trinitario raggiunge il suo vertice insuperabile in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione. Egli, “Verbo fatto carne, mandato come uomo agli uomini, parla le parole di Dio (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr Gv 5,36;17,4)” (DV 4). Egli è la Rivelazione in persona del Padre e insieme il compimento di ogni rivelazione di Dio, attraverso la Creazione e nella storia del popolo eletto; nel mistero pasquale, che comprende anche l’invio dello Spirito Santo, egli offre la testimonianza che “Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e resuscitarci per la vita eterna”. La definitività e la singolarità della rivelazione di Cristo sono i motivi per cui il cristiano non ha bisogno di altra manifestazione pubblica di Dio, ma attende con speranza la manifestazione di Cristo Signore al suo ritorno glorioso.
Il dialogo prosegue con la risposta dell’uomo nella fede: “A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede (cfr Rm 16,26; rif. Rm 1,5; 2Cor 10,5-6) con la quale l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente, prestando il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui” (DV 5). La vita cristiana è caratterizzata fin da subito dalla fede, intesa come pieno abbandono in Dio che fa conoscere se stesso. Naturalmente, non si tratta di un mero sforzo umano perché – continua il Concilio – è necessaria la grazia di Dio, la quale previene e accompagna l’abbandono in Dio, e sono necessari gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale dona a tutti la dolcezza nel fidarsi di Dio. Ma la fede non è soltanto abbandono, fiducia: essa è anche conoscenza amorosa della verità rivelata; per questo è necessario lo Spirito Santo il quale, guidando alla verità tutta intera (cfr Gv 16,13), apre la conoscenza ai misteri sempre più profondi di Dio.
La conoscenza di Dio avviene contemporaneamente sotto la luce della Divina Rivelazione e sotto la luce della ragione umana. Il mistero di Dio può essere avvicinato dalla ragione umana che si trova naturalmente aperta verso la trascendenza; la conoscenza che viene dalla fede necessita dell’uso della ragione per giungere a una maggiore certezza.
In definitiva: con la Divina Rivelazione il Padre non semplicemente ha fatto conoscere qualcosa di Sé, ma ha comunicato Se stesso e la sua decisione di raggiungere gli uomini, coinvolgendoli nell’intensa vita trinitaria. Il Vaticano II, riprendendo il Vaticano I, ribadisce che la decisione eterna di Dio è quella di partecipare agli uomini gli stessi beni divini (cfr DV 6). Così alla Rivelazione appartengono insieme le parole, ma anche i doni di grazia. Allo stesso modo in cui Cristo ha rivelato i misteri di Dio con la predicazione e con le opere salvifiche.
Uno dei punti più caratteristici della “Dei Verbum” è l’avere stabilito come la Divina Rivelazione venga trasmessa in modo diverso e complementare dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione vivente della Chiesa. “La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla divina sorgente. Esse formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine” (DV 9). La Sacra Scrittura è Parola di Dio, in quanto scritta per ispirazione di Dio; la Sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio affidata da Cristo Signore alla Chiesa e, nello Spirito Santo, l’approfondisce. La Chiesa è la custode della Divina Rivelazione, scritta o trasmessa, è soggetto della corretta interpretazione e accresce il deposito rivelato.
Marco Doldi – teologo
(12 ottobre 2012)