50° CONCILIO - DOCUMENTI

Mai senza i laici

Il decreto “Apostolicam Actuositatem”

Quando venne pubblicato il decreto “Apostolicam Actuositatem” sull’apostolato dei laici, il Vaticano II si avviava al termine. Il documento porta la data del 18 novembre 1965: meno di un mese dopo il Concilio sarebbe stato concluso da Paolo VI in una solennissima celebrazione in piazza San Pietro. Un documento la cui lettura, ancora oggi, lascia senza fiato, e che va letto avendo presenti gli altri testi conciliari – a partire soprattutto dalla “Lumen Gentium” – senza i quali non si comprende la profondità e la varietà delle sottolineature in esso contenute.

“Il sacro Concilio, volendo rendere più intensa l’attività apostolica del popolo di Dio, con sollecitudine si rivolge ai fedeli laici, dei quali già altrove ha ricordato la parte propria e assolutamente necessaria nella missione della Chiesa. L’apostolato dei laici, infatti, derivando dalla loro stessa vocazione cristiana, non può mai venir meno nella Chiesa” (Proemio 1). E scrivevano i vescovi nella costituzione “Lumen Gentium” al cap. IV: “I sacri pastori, infatti, sanno benissimo quanto contribuiscano i laici al bene di tutta la Chiesa. Sanno di non essere stati istituiti da Cristo per assumersi da soli tutto il peso della missione salvifica della Chiesa verso il mondo, ma che il loro eccelso ufficio consiste nel comprendere la loro missione di pastori nei confronti dei fedeli e nel riconoscere i ministeri e i carismi propri a questi, in maniera tale che tutti concordemente cooperino, nella loro misura, al bene comune” (n. 30).

La Chiesa viene ora vista come una realtà strutturata in modo gerarchico, con diversi uffici e funzioni, in cui tuttavia ogni membro possiede una fondamentale eguaglianza in dignità e diritti. In questo senso si parla della Chiesa come “Corpo di Cristo” e “popolo di Dio”. È da qui che sorge il diritto-dovere di partecipare alla missione della Chiesa – diffondere il Regno di Cristo, rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione, ordinare il mondo intero a Cristo – il cui termine generico è apostolato. Va da sé che la partecipazione dei laici alla missione della Chiesa è ovviamente definita come “apostolato dei laici”. A essi, ricorda il testo, “derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo”. Per mezzo del loro battesimo, fortificati dalle virtù dello Spirito Santo per mezzo della cresima, sono deputati dal Signore stesso all’apostolato e vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa. In particolare l’apostolato dei laici è indirizzato al mondo secolare, un apostolato diretto a portare il Vangelo nel mondo.

Ma è altrettanto evidente che la fecondità di tale apostolato si regge sull’unione vitale con Cristo alimentata nella Chiesa e nella comunione con i Pastori. “È compito di tutta la Chiesa aiutare gli uomini affinché siano resi capaci di ben costruire tutto l’ordine temporale e di ordinarlo a Dio per mezzo di Cristo. È compito dei Pastori enunciare con chiarezza i principi circa il fine della creazione e l’uso del mondo, dare gli aiuti morali e spirituali affinché l’ordine temporale venga instaurato in Cristo” (n. 7).

È un passaggio, questo, che ha conseguenze impegnative sul versante della formazione, spesso più orientata al ministero dei laici (funzione altrettanto vitale per la Chiesa) piuttosto che verso i laici che prendono sul serio il loro apostolato. Non è un caso che, quando si parla di responsabilità laicale, si analizza quanto sia cresciuta la loro presenza nell’azione pastorale diretta accanto ai sacerdoti, nelle parrocchie e nelle comunità come catechisti, operatori e animatori pastorali ecc. Certo, hanno la loro importanza, ma il vero campo laicale è il mondo con tutte le sue articolazioni.

Formazione, dicevamo, e una spiritualità vissuta nella vita quotidiana, una spiritualità “semplice” oggi drammaticamente attuale. “Non si deprimono nella mancanza dei beni temporali, né s’inorgogliscono nell’abbondanza di essi; non diventano avidi di una gloria vana, ma cercano di piacere più a Dio che agli uomini, pronti a lasciare tutto per Cristo” (n. 4).

Non da ultimo, nel decreto giunge a maturazione il concetto di carità politica, un testo fondamentale che ha guidato l’azione dei cristiani impegnati nel sociale. “Si abbia estremamente riguardo della libertà e della dignità della persona che riceve l’aiuto; la purità d’intenzione non sia macchiata da ricerca alcuna della propria utilità o da desiderio di dominio; siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia; si eliminino non solo gli effetti, ma pure le cause dei mali; l’aiuto sia regolato in modo tale che coloro i quali lo ricevono vengano, a poco a poco, liberati dalla dipendenza altrui e diventino sufficienti a se stessi” (n. 8).

Non è facile stabilire, a un cinquantennio dal Vaticano II, quanto della sua dottrina sui laici sia stato recepito. Forse più che un bilancio va compreso il cammino davanti a noi. E la lettura del decreto illumina questo cammino, costringe tutta la Chiesa al discernimento, a guardarsi dentro, senza timori né paure. E costringe anche il laicato a interrogarsi e a riscoprire il significato profondo della parola “apostolato”.

Edoardo Patriarca – segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani

(17 ottobre 2012)