50° CONCILIO - DOCUMENTI
Il decreto “Unitatis Redintegratio”
Dopo secoli di divisione dei cristiani, non percepita o vissuta senza traumi dalle varie Chiese e Comunità, convinte ognuna di essere nella piena verità, soddisfatte del loro status, con l’unico desiderio di aumentare il numero dei propri fedeli, all’improvviso e in modo imprevisto dall’assise conciliare salta agli occhi del mondo la parola “scandalo”: “Tale divisione non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo a ogni creatura” (“Unitatis Redintegratio”, n. 1). L’importante documento qui citato, pur avendo avuto un iter accidentato, è risultato approvato il 20 novembre 1964 con 2.054 (su 2.129 votanti) voti favorevoli, 64 contrari e 11 nulli. La Chiesa cattolica ha imboccato decisamente e unanimemente la strada dell’ecumenismo. Composto di 3 parti, dopo una premessa decisiva per la comprensione di tutto il testo sono presentati i principi cattolici dell’ecumenismo (da non confondere con i principi dell’ecumenismo cattolico, perché l’ecumenismo è unico per tutti, anche se potrebbe essere diversamente motivato). Una seconda parte tratta dell’esercizio dell’ecumenismo, che rappresenta l’aspetto pratico operativo con suggerimenti concreti; la terza tratteggia per sommi capi le diverse Chiese e Comunità dei “fratelli separati” dell’Oriente e dell’Occidente.
La parola “scandalo”, sopra evocata a proposito della divisione dei cristiani, suona come rimprovero generale, che non salva nessuno. La divisione dei cristiani, infatti, è un dato oggettivo della storia che coinvolge tutte le Chiese, avvenuta “talora non senza colpa di entrambe le parti” (n. 3). Un criterio inevitabile per una descrizione precisa della cristianità deve fare i conti con le Confessioni di cui si compone: cattolici, orientali, ortodossi, evangelici e altro. La viva presa di coscienza da parte dei Padri conciliari che la situazione esistente è così in contrasto con la volontà di Cristo li induce ad aprire il documento con una dichiarazione solenne e ufficiale d’intenti: “Il ristabilimento dell’unità da promuoversi fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II” (n. 1).
La sofferta presa di coscienza del disagio della divisione era già presente nel mondo cristiano a partire dall’inizio del secolo XX. Ma la questione riguardava isolati gruppi di persone o singole e solitarie personalità. I pastori e i teologi delle Chiese erano – in tante parti ancora sono – prevalentemente intenti a spiegare le ragioni della loro separazione in base alla certezza che ogni Chiesa ha di essere nella verità. Il riferimento all’unità dei discepoli – “Che siano una cosa sola perché il mondo creda” (Gv 17,21) – era inteso come unità interna al gruppo di appartenenza, collegato alla prospettiva di Mt 18,20: “Quando due e tre sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”. L’appello all’unità della Chiesa, pur essendo giustamente riferito a ogni singola Chiesa, si esaurisce all’interno di essa. È difficile dire per quale percorso si sia arrivati alla consapevolezza che è tempo di far cessare lo scandalo di fronte al mondo e di porsi in stato di conversione e di ricerca. Sicuramente ciò è avvenuto attraverso quei circuiti misteriosi dello Spirito che soffia dove e quando vuole. Il documento lo afferma esplicitamente: “Il Signore dei secoli in questi ultimi tempi ha incominciato a effondere con maggiore abbondanza nei cristiani tra loro separati l’interiore ravvedimento e il desiderio dell’unione” (n. 1). Permanendo, infatti, sul terreno delle logiche puramente umane le Chiese guardano con compiacimento se stesse e preferiscono “quieta non movere”, per non mettere in crisi l’adesione dei loro fedeli. Pertanto, se il movimento ecumenico, come descritto nel decreto, è sorto “per impulso della grazia dello Spirito Santo e con la preghiera, la parola e l’opera si fanno molti sforzi per avvicinare a quella pienezza di unità che Gesù Cristo vuole”, ne consegue la perentoria esortazione: “Questo Santo Concilio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica” (n. 4).
Che cosa si deve dunque fare? La prima e più importante via da seguire è quella della preghiera e conversione del cuore che interpella e coinvolge tutti i cristiani, pastori e fedeli: “Questa conversione del cuore e questa santità della vita, insieme con le preghiere private e pubbliche per l’unità dei cristiani, si devono ritenere come l’anima di tutto il movimento ecumenico e si possono giustamente chiamare ecumenismo spirituale” (n. 8). Questa notazione rimanda al concetto che l’unità non è costruita dagli uomini, ma è data come dono da Dio a coloro che lo invocano e si dispongono a riceverlo con cuore sincero alle condizioni da Lui poste. A ciò si aggiunge “la continua riforma della Chiesa” (n. 6) e tutte quelle iniziative di conoscenza reciproca, dialogo, collaborazione che favoriscono il progressivo pacifico avvicinamento verso una sempre maggiore unione. L’enciclica di Giovanni Paolo II “Ut Unum Sint”, del 1995, si può considerare il miglior commento magisteriale del decreto conciliare, di cui riprende e amplia le prospettive ridando slancio al cammino intrapreso, pur non sapendo “quanta nobis est via”, quanta strada ci attende (cap. III).
I Padri conciliari, sintonizzati su questo argomento, hanno fatto dell’unità dei cristiani un riferimento e una categoria tenuta presente nella stesura di tutti i documenti conciliari, in modo da evitare, per quanto possibile, con l’esercizio del discernimento secondo verità e carità, ogni espressione che potesse suonare offesa o disprezzo nei confronti dei “fratelli separati”, uniti peraltro dal battesimo e da moltissimi doni di grazia ricevuti da Dio, “parecchi e segnalati” (n. 3b).
Grazie a Dio molta strada è stata fatta. A 50 anni dal Concilio è quasi del tutto scomparso il linguaggio della confutazione polemica, rimasto in alcuni gruppi fondamentalisti, mentre d’altra parte sono stati fatti gesti e prodotti documenti di grande valore cristiano che trasudano passione per Cristo, per il Vangelo e per l’intera umanità alla quale si vuol dare una risposta di speranza cristiana, presentando un Dio misericordioso, che dona il perdono dei peccati e sostiene il cammino dei popoli verso la salvezza. In questo Anno della fede, nell’ottica della “nuova evangelizzazione” non può mancare il richiamo sotteso a tutto il documento conciliare: “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo” (Ef 4,4-6), che apre a un Anno ecumenico della fede.
Elio Bromuri – esperto di ecumenismo e dialogo interreligioso
(17 ottobre 2012)