La dichiarazione “Nostra Aetate”
Le celebrazioni se non rimangono tali, cioè pura ritualità, servono per riprendere in mano la storia e ricostruire il senso delle cose.
In pieno esercizio di dialogo tra credenti e non credenti, quale è avvenuto nei giorni 5 e 6 ottobre ad Assisi, in quello che è stato chiamato il “Cortile di San Francesco”, in continuità con il “Cortile dei Gentili”, non si può dimenticare che più di 50 anni fa, prima dell’inizio ufficiale dei lavori del Concilio, nel 1960, Giovanni XXIII stava pensando a come porsi nei confronti degli ebrei e consegnò il problema “De Judaeis” al card. Agostino Bea, presidente del Segretariato per l’unione dei cristiani. Dopo varie proposte e prove il discorso sugli ebrei ha preso corpo ed è stato inserito in un panorama più ampio di relazioni con tutte le religioni del mondo, come risulta nella stesura definitiva della dichiarazione “Nostra Aetate”, titolata “Le relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane”, votata definitivamente e promulgata il 28 ottobre 1965. Ancora si discute se il tema della relazione della Chiesa con gli ebrei stia bene in questo documento autonomo o, come era stato precedentemente pensato, se fosse stato meglio in appendice al documento sull’ecumenismo o a quello sulla Chiesa. È chiaro che il tipo di rapporto del popolo della nuova alleanza con il popolo d’Israele è del tutto specifico e singolare, tale che non ha paragoni con le altre religioni.
Per una strana sorte di provvidenziale significato la ricerca della giusta relazione con gli ebrei ha consentito e stimolato un’analoga ricerca dei rapporti con le altre religioni. Quello che è, infatti, il n. 4 della “Nostra Aetate”, che tratta con una certa ampiezza e sicura chiarezza ciò che pensa la Chiesa sugli ebrei, non solo di ieri ma di oggi e di sempre, sta all’origine della riflessione sulle religioni, e ha dato modo di esprimere una valutazione sui rapporti con i musulmani. Giova ricordare che gli anni sessanta erano segnati da forte conflittualità, non ancora sopita, tra Stato d’Israele e mondo arabo a causa del popolo palestinese. La preoccupazione di creare qualche equivoco sul piano politico internazionale ha fatto sì che il testo risultasse cauto, pensato e pesato, limitandosi a dire l’essenziale e calibrando anche gli aggettivi.
L’essenziale nei confronti degli ebrei è il richiamo al legame dei cristiani con la stirpe di Abramo e la sua storia che è un tratto comune della storia della salvezza, la fedeltà di Dio verso il popolo eletto, cui rimangono i doni e le promesse e al quale appartengono il Cristo secondo la carne (Rom 9,4-5), sua madre Maria e i suoi discepoli. L’essenziale per il futuro dei rapporti tra cristiani ed ebrei è che si deve promuovere una mutua conoscenza e stima che si ottengono con lo studio, gli incontri e un “fraterno dialogo”.
Ma se il tema degli ebrei è il primo per importanza e impegno dei padri conciliari in questo documento, il secondo, a me pare, è il n. 5, l’ultimo, in cui si afferma la fraternità universale di tutti gli uomini nel riconoscimento dell’unico Dio Padre, a immagine del quale ogni essere umano è creato. È una visione generale che intende escludere dal comportamento dei cristiani e di tutti gli uomini ogni forma di discriminazione per motivi di religione, nazione, colore e razza, che si connette con la prima, al n. 1, dove si descrive con tratti suggestivi un ideale progetto di umanità sulla base dell’unica origine e dell’unico fine ultimo: “Una sola comunità di popoli”.
Sia il testo che si riferisce agli ebrei, sia quello della fraternità universale hanno come sfondo e motivazione storica lo scenario della seconda guerra mondiale con le sue tragiche vicende: lo sterminio degli ebrei e la catastrofe abbattutasi su interi popoli e categorie sociali. In questo senso la dichiarazione sulle religioni è anche una dichiarazione per la pace, non l’unica nel quadro dei documenti conciliari.
La terza prospettiva è quella che riguarda la conoscenza delle religioni dettagliatamente descritte, anche se necessariamente solo per le note dominanti e positive, quelle che i cristiani possono doverosamente apprezzare per avviare un dialogo che porti a una maggiore amicizia, nella presunta consapevolezza che la crescita della conoscenza faccia crescere la stima reciproca e favorisca la collaborazione nella risoluzione dei problemi che affliggono l’umanità. Le note emergenti delle singole religioni sono per l’Oriente e le religioni tradizionali la grande spinta verso il contatto con la realtà misteriosa presente nell’uomo e nella natura, che l’intelligenza umana in tutti i tempi ha cercato di conoscere rispondendo alle domande fondamentali di ogni essere umano. Le religioni nominate sono l’induismo, il buddismo e l’islam e non a caso, considerando la loro diffusione e la profondità della loro dottrina. E, tuttavia, un numero molto ridotto rispetto alle migliaia di forme religiose presenti nella storia dell’umanità. Una nota significativa è quella dedicata all’islam, che viene posto in una posizione privilegiata, sotto la tenda di Abramo, erede della sua fede, accanto a ebrei e cristiani. La famiglia di Abramo può costituire anche nel mondo attuale una grande testimonianza dell’unico Dio e un’efficace profezia contro ogni forma d’idolatria.
Questa dichiarazione è uno storico punto d’arrivo nel segno di una nuova civiltà a respiro universale in cui le religioni hanno una loro legittima presenza e dignità ed è anche un punto di partenza per abbattere muri ed equivoci ancora resistenti per un dialogo e una pace religiosa senza riserve mentali.
Elio Bromuri – esperto di ecumenismo e dialogo interreligioso
(12 ottobre 2012)