Accettare per migliorare” “

E’ interessante notare che i Paesi post-comunisti (a scapito delle diverse mentalità delle singole nazioni) hanno in comune non soltanto una triste esperienza del passato, ma anche il loro modo di reagire rispetto allo sviluppo attuale, soprattutto in merito all’ingresso nell’Unione Europea.
Simile è stata la fine del sistema comunista, con la fase dell’entusiasmo e delle grandi speranze, entrate ben presto in crisi. Mancavano i politici ben formati e tutta la rete amministrativa. Spontaneamente ritornavano ai posti decisivi ex-esponenti del sistema, travestiti nel frattempo con i colori dei diversi partiti. Seguirono le ondate delle nuove promesse, dei nuovi governi, delle nuove delusioni. Il risultato è stato una certa stanchezza, che ha aiutato la fioritura della corruzione. Vedendo che “a casa” non si riesce a sistemare la situazione politica ed economica, lo sguardo di speranza spontaneamente si rivolge all’estero. Chi sogna è disposto a credere nei suoi sogni. L’integrazione nell’Ue all’inizio è stata presentata con una propaganda forse troppo entusiasta ed unilaterale. Si usavano gli esempi del Portogallo, dell’Irlanda, di un immediato aumento del livello economico. Si declinavano i nomi dei “Padri dell’Europa unita” come Adenauer, Schuman e le citazioni del Papa, facendo nascere l’illusione che si tratterà di un paradiso terrestre con la garanzia del benessere, stabilità politica e ambiente cristiano dove i fedeli potranno finalmente contribuire a “dare piú anima” all’Europa. L’unilateralità nell’esaltare ha provocato una comprensibile demonizzazione dall’altro lato. E’ sicuro che non entreremo nella stessa Ue che esisteva quando abbiamo cominciato le trattative. Oggi l’Ue stessa sta passando attraverso un chiara crisi e vuole soltanto cominciare a cercare la sua identità. La stanchezza e la delusione nei Paesi dell’Est viene rafforzata dalla preoccupazione sul futuro. I perché? Una massiccia propaganda prima dei referendum pagata dai governi (in Slovacchia il governo ha destinato piú di un milione di euro) ci ha inconsciamente ricordato gli “anni della propaganda ufficiale”, provocando un atteggiamento di rifiuto. E si moltiplicano gli scandali per corruzione legati alle propagande pro-Europa.
Un altro motivo è che diverse forze estremiste si richiamano alla legislazione dell’Ue per vedere assicurati i propri diritti nelle legislazioni nazionali. Le preoccupazioni economiche meriterebbero un’analisi a sé. Chi giá da anni lavora nei Paesi vicini (Austria, Germania, Inghilterra) ha una triste esperienza di mancata accettazione sociale e culturale. Come si coesisterà dopo l´allargamento? Preoccupanti sono anche alcune inchieste svolte nei Paesi occidentali su come i cittadini pensano di convivere con i nuovi cittadini dall’Est. Emerge un’alta percentuale di ignoranza e disinteresse. In generale si può dire che il tempo delle decisioni arriva proprio in una situazione di perplessitá che ha bisogno di tempo per maturare, per bilanciare polaritá ed estremi, smascherare idealismi e scetticismi. L’unica cosa sicura è che per i Paesi del Centro-Est europeo non vi è un’altra alternativa. Dobbiamo accettare l’offerta e poi cercare il meglio.
Per le Chiese questa situazione sicuramente offre grandi sfide. Dovranno iniziare nuovi stili pastorali. Nella formazione della fisionomia ideologica dell’Europa la discussione a livello filosofico-religioso dovrebbe offrire piú ampio spazio per evitare gli errori del passato. Preoccupante è anche l’accento sull’economia a scapito dello sviluppo culturale. Anche se si parla della solidarietà come di un principio alla base dell’Ue, il processo della privatizzazione selvaggia nei Paesi post-comunisti conferma l’aumento delle differenze tra sempre piú ricchi e sempre piú poveri. Ci sono delle speranze ma c’e soprattutto la consapevolezza che non vi é altra via e che come cristiani siamo chiamati a svolgere la nostra missione in questo contesto storico.