editoriale" "
“I cristiani di fronte al problema della pace” (anche “Pacifisti o bellicisti”?), anno 1939, è il titolo del saggio del filosofo francese Emmanuel Mounier, padre del “personalismo”, fondatore del movimento “Esprit” e dell’omonima ” rivista internazionale della nuova generazione”.
Sono trascorsi più di sessanta anni e l’attualità della riflessione mounieriana è “purtroppo” sotto gli occhi di tutti mentre la domanda “pacifisti o bellicisti?” trova anche oggi per i cristiani l’unica risposta nell’incontro costante e fecondo tra fede e ragione, Vangelo e vita. Altrimenti, ricorda con grande preoccupazione Mounier, non ci saranno che “le dimissioni di questa cristianità”.
Lasciamo lo spazio dell’editoriale di questo numero ad alcuni pensieri tratti dal saggio dell’intellettuale alla cui scuola sono cresciute generazioni di cattolici europei impegnati in ambiti culturali e politici.
“Stiamo forse per sopportare il rinforzo di una riflessione cristiana alla vecchia giustificazione della guerra come “lotta per la vita”? L’uomo è lupo per l’uomo: tutte le tirannie professano questo pessimismo di fondo circa la natura umana. Questo pessimismo non è cattolico.
Per il cattolicesimo, il peccato orginale ha tolto all’uomo un regime di grazia sovrabbondante e ha ferito, scosso dal profondo, per questo sradicamento, una natura che era organicamente inserita nella vita di grazia. Ma non l’ha distrutta né lacerata, e questa natura che resta sostanzialmente buona, è a ogni momento, per il suo consenso a una grazia continuamente offerta, capace di riconciliazione.
Al bellicismo che considera la guerra come una fatalità ineluttabile di natura e per conseguenza come un organismo politico normale, noi opponiamo il rifiuto motivato dalla teologia e dalla speranza cristiane. Ma l’antropologia cristiana non è meno agli antipodi di quella visione serafica dell’umanità che dispiega i suoi colori puerili sulle effusioni di un certo pacifismo.
La guerra è un flagello in qualsiasi epoca. La guerra moderna è insieme un cataclisma sproporzionato a qualunque possibile causa ed è una catastrofe spirituale totale. Tutte le considerazioni giuridiche sul diritto di guerra e i suoi limiti, sulle estensioni delle rovine accumulate dalle tecniche moderne di lotta, non si avvicinano che lontanamente al suo significato essenziale: la lacerazione del corpo di Cristo. Il proiettile che tiro non va a spezzare soltanto la vita di un individuo, o ad infrangere qualche cuore; esso cammina nel corpo stesso della Cristianità mistica, lo segna con una bruciatura di odio e di menzogna, sorprende un’anima sconosciuta in quale momento, in quali disposizioni?
Chiunque, per esplicita volontà, per imprudenza, per astensione assume dunque qualche responsabilità diretta nella preparazione della guerra; si fa complice di uno dei più gravi peccati collettivi del suo tempo.
E la complicità nella guerra non incomincia da chi vuole la guerra ma da coloro che tacciono la realtà della guerra; che ne minimizzano la giusta valutazione nella coscienza pubblica.
E’ inconcepibile che il cristiano possa oggi scherzare con leggerezza sull’eventualità di un conflitto che sarebbe la confessione dello scacco alla cristianità occidentale. Sarebbe intollerabile che vi pensasse come a un rimedio estremo, che l’accettasse come una fatalità, mentre la guerra non è che uno scasso, un muro di disperazione. Una nuova guerra consacrerebbe le dimissioni di questa cristianità”.