SLOVACCHIA

Parzialmente nuvoloso

L’impatto della crisi economica e le vie d’uscita

“Rimanere seduti a casa e ‘corrodersi’ lentamente dall’interno è l’atteggiamento peggiore. Varie ricerche indicano un alto rischio di grave letargia che si produce dopo diversi anni di disoccupazione, anche nella vita di persone altrimenti molto attive e diligenti, ed è davvero difficile da combattere”. Ne è convinto Frantisek Mucka, vice capo redattore del quotidiano economico “Trend” e membro del Central European Business Social Initiative, intervistato da Danka Jaceckova, per Sir Europa (Bratislava), sull’impatto della crisi economica in Slovacchia.

Quando è diventata evidente la crisi economica in Slovacchia e come descriverebbe il suo impatto sull’imprenditoria, l’economia nazionale, l’occupazione e le famiglie?
“L’economia slovacca è stata toccata dalla crisi alla fine del 2008. Due anni prima di questa data il Paese mostrava una crescita del 10%, la più elevata all’interno dell’Unione europea. Ecco perché, quando gli analisti stavano cercando di stimare in quale modo la crisi avrebbe potuto colpire la Slovacchia, erano abbastanza ottimisti. Troppo ottimisti. La caduta che si è prodotta è stata una delle più gravi tra i Paesi membri dell’Ue. Nessuno era preparato: né i datori di lavoro, né lo Stato. La crescita della disoccupazione è stata straordinariamente veloce. In molte regioni e per tante famiglie ha significato un ritorno ai tempi in cui trovare un lavoro risultava impossibile. Per molti questa situazione dura tuttora. Lo Stato all’epoca ha rinunciato ad adottare delle misure, e l’aumento dei prezzi e la forte crescita dei salari nella pubblica amministrazione ha portato come conseguenza che la Slovacchia è diventata uno dei Paesi con i peggiori risultati in economia all’interno dell’Ue”.

Quale strategia è stata adottata per combattere la recessione?
“Durante la prima fase, nel periodo 2009-2010, non c’era nessuna strategia, eccetto forse l’indennità di cessazione attività versata dallo Stato. Quando si è in presenza di una recessione lampo, lo Stato, in realtà, non può fare molto. Se le aziende non riescono a vendere i propri prodotti, lo Stato non può risolvere la situazione al loro posto. Tuttavia, sarebbe utile che lo Stato non complicasse ancora di più le cose, come purtroppo è accaduto in Slovacchia. Come risultato della precedente rapida crescita del debito, il Paese si trova a dover aumentare le imposte sul lavoro e certamente questo non aiuta la situazione occupazionale”.

Che riflessi ha avuto lo sforzo per ripristinare la stabilità nei confronti del sistema finanziario e bancario, del sostegno all’imprenditorialità, degli investimenti pubblici, della riforma del mercato del lavoro e in altri settori?
“Il settore bancario in Slovacchia gode di buona salute. In effetti, c’è una banca che detiene molte obbligazioni della Grecia, ma la situazione lentamente si sta risolvendo e sembra che se ne uscirà senza un ‘big bang’. Gli investimenti pubblici in Slovacchia sono sempre stati associati al problema di essere troppo onerosi, considerando la capacità del settore privato di garantire la loro copertura. Lo Stato non è un ‘salvatore’, è pur sempre rappresentato da politici che ottengono la loro posizione di comando facendo promesse che non possono mantenere. Soltanto gli imprenditori privati, le società e le ditte individuali sono in grado di creare posti di lavoro senza aumentare il debito. Questa è l’area su cui lo Stato dovrebbe concentrarsi, ma per sostenerli e non per complicargli la vita”.

Come si percepiscono in Slovacchia le iniziative e le misure dell’Ue contro la crisi?
“La stessa Unione europea non è sicura circa i prossimi passi da compiere. La Germania mette sotto pressione i Paesi membri perché comincino a risparmiare senza generare debito. Spagna e Francia vogliono investire in economia anche a costo di rinunciare alla crescita, cosa che non risulta sostenibile a lungo termine. L’Ue e i suoi funzionari non possono invertire la tendenza economica, questo non può essere fatto al tavolo dei negoziati. Sembra che oggi il piano dell’Ue di diventare l’economia più ricca del mondo cominci ad andare in frantumi”.

Qual è la situazione attuale? La gente crede che la crisi possa essere superata?
“Il tempo è ‘parzialmente nuvoloso’. Il numero dei posti di lavoro sta crescendo lentamente, anche se è ancora abbastanza lontano dalle condizioni ideali. Occorre dire apertamente che certe regioni non vedranno alcun miglioramento significativo nel corso dei prossimi anni. Se le giovani generazioni in quelle regioni vogliono avere qualche speranza, purtroppo non c’è altro modo che andare altrove. Ci sono zone nella Slovacchia in cui la mano d’opera è ancora carente, per non parlare della domanda di Paesi come la Germania. Ci sono molti intermediari in materia di lavoro, tuttavia, ed è sempre necessario verificare la loro credibilità”.