UE-IMPRESE
Commissione: norma per una maggiore presenza femminile in economia
“Da più di cinquant’anni l’Unione europea promuove con successo l’uguaglianza tra donne e uomini, ma in un solo settore non ha registrato alcun progresso: gli organi direttivi delle imprese”. In Europa le donne che accedono ai consigli di amministrazione o alla carica di amministratore delegato o equivalenti sono ancora pochissime: da tempo Viviane Reding, commissaria per la giustizia, insiste su questo punto e il 14 novembre ha presentato, assieme ad altri cinque commissari (tutti uomini), una proposta di direttiva che marcia nella linea della effettiva parità tra uomini e donne nell’economia comunitaria. Anche se, come è stato ribadito, “si tratta solo di un primo passo”.
Esempi positivi. La commissaria lussemburghese ha proceduto con il sostegno del presidente Barroso e, dall’esterno, della maggioranza dell’Europarlamento, nonostante i dubbi di una parte dei giuristi, delle associazioni di impresa e persino di alcune colleghe commissario. Non a caso il testo è stato presentato congiuntamente dalla stessa Reding con Lázsló Andor (portafoglio occupazione e affari sociali), Antonio Tajani (industria), Joaquín Almunia (concorrenza), Olli Rehn (affari economici), Michel Barnier (mercato interno). Nel complesso si tratta di una proposta legislativa che “mira a raggiungere un obiettivo del 40% del sesso sotto-rappresentato tra gli amministratori senza incarichi esecutivi nelle società quotate” (dunque il provvedimento riguarderà circa 5mila grandi imprese; sono escluse le piccole e medie imprese con meno di 250 dipendenti e meno di 50 milioni di fatturato annuo). Reding ha spiegato: “L’esempio di Paesi come il Belgio, la Francia e l’Italia, che hanno adottato misure legislative e ora cominciano a constatare dei miglioramenti, dimostra che un intervento normativo limitato nel tempo può cambiare veramente la situazione”. La proposta della Commissione “farà in modo che nella procedura di selezione degli amministratori senza incarichi esecutivi sia data la preferenza alle candidate, purché sotto-rappresentate e ugualmente qualificate”.
Terreno accidentato. È chiaro che l’Esecutivo si muove in un campo difficile da normare e nel quale appare di fatto impossibile imporre degli obblighi alle aziende per la scelta dei manager: eppure, constatato il fatto che la presenza femminile nei vertici societari è risibile e che non si riscontrano significativi miglioramenti con il tempo, è parso opportuno intervenire con misure che possano aiutare gli Stati a prendere posizione in questo campo che ha a che fare persino con i diritti delle persone e dei lavoratori. “Con questa proposta, la Commissione”, in accordo con l’Euroassemblea, interviene “a favore della parità di genere negli organi decisionali delle imprese. Chiediamo alle grandi imprese quotate in tutta Europa di dimostrare un impegno serio per la parità tra uomini e donne negli organi responsabili delle decisioni economiche”. José Manuel Barroso, presidente dell’Esecutivo, ha diramato una nota scritta lo stesso 14 novembre per sostenere la linea della Reding. Secondo uno studio della Commissione, “nelle principali imprese Ue soltanto un amministratore su 7 (il 13,7%) è donna”. Il miglioramento rispetto all’11,8% registrato nel 2010 “è troppo scarso: di questo passo, ci vorrebbero ancora 40 anni soltanto per avvicinarsi all’equilibrio di genere ai vertici delle aziende”, cioè entrambi i sessi rappresentati per almeno il 40%.
La situazione attuale. Alcuni Stati per la verità hanno iniziato a introdurre leggi in materia. “Undici Stati (Belgio, Francia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Danimarca, Finlandia, Grecia, Austria e Slovenia) hanno adottato strumenti giuridici per promuovere la parità di genere negli organi direttivi delle imprese. In otto di questi Paesi, la normativa adottata copre le imprese pubbliche”. Ma altre undici nazioni non hanno varato misure di autoregolamentazione né legislative. “Questo approccio frammentato rischia fra l’altro di ostacolare il funzionamento del mercato interno”, ha osservato Barroso. Scorrendo le numerose tabelle e i grafici utilizzati a supporto della proposta, si ha la conferma che i Paesi in cui le donne sono più valorizzate alla guida di imprese industriali, commerciali e dei servizi sono quelli del nord Europa: in Finlandia, Lettonia e Svezia le donne al comando di grandi imprese sono più del 25% del totale (non è certo la “parità”, ma è meglio che altrove), in Francia si arriva al 22%; seguono Danimarca, Regno Unito e Germania. In fondo alla classifica figurano invece Malta, Cipro e Ungheria (meno del 5%), accompagnate da Portogallo, Italia, Grecia, Irlanda, Romania. La direttiva suggerita dalla Commissione, che ora passerà al vaglio del Consiglio e del Parlamento Ue, stabilisce dunque un obiettivo del 40% di persone del sesso sotto-rappresentato tra gli amministratori delle società quotate in Borsa. “Le aziende che non presentano questa soglia saranno tenute a procedere alle nomine per tali posti sulla base di un’analisi comparativa delle qualifiche di ciascun candidato, applicando criteri chiari e univoci”, puntualizza la Commissione. A parità di qualifiche, si dovrà dare la priorità al sesso sotto-rappresentato; la soglia del 40% dev’essere raggiunto entro il 2020.