NOBEL ALL'UE

Quelle parole di Schuman

Il riconoscimento è benvenuto in questi tempi di crisi

Una buona notizia! Con l’assegnazione del Premio Nobel per la pace all’Unione europea si rende omaggio ad un processo politico che fin dai suoi esordi e in tutte le sue fasi si è svolto all’insegna della pace. E con l’opera di pace che ha originato questo processo vengono premiate anche le tante persone del mondo politico, amministrativo e della società civile che hanno dato il loro contributo per la sua realizzazione.
Il documento che istituiva la Comunità europea del carbone e dell’acciaio da cui scaturì l’Unione europea – la dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950 – si apre con queste parole: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Questi sforzi creativi hanno portato ad una costruzione straordinaria e originale, cui hanno partecipato prima sei Stati, poi nove, successivamente 15 e oggi 27, uniti in un’azione politica per risolvere insieme i propri problemi comuni. In questo modo è nata la “solidarietà di fatto” auspicata e prevista da Robert Schuman nella sua dichiarazione. Questa solidarietà si è dimostrata utile per attraversare molte crisi e ha assicurato la pace, poiché la cooperazione permanente su questioni concrete ha unito Stati e popoli, consentendo loro di conoscersi reciprocamente e, soprattutto, facendo capire ai Paesi coinvolti che essi dipendono gli uni dagli altri – sia in situazioni critiche che nel quotidiano. Nei decenni passati, la pace così fondata e istituzionalizzata nei trattati ha donato sicurezza e uno straordinario benessere ai cittadini dell’Unione europea. Con la politica di vicinato e di allargamento, dagli anni Novanta si è tentato con successo di far partecipare i Paesi e i popoli dell’Europa centro-orientale, ottenendo in tal modo un contributo importante alla pacificazione e alla stabilizzazione di quell’area.
L’Unione europea è un grande movimento di pace. Non è primariamente l’azienda guidata da interessi materialistici, che molti vedono in essa, considerando solo gli strumenti indispensabili soggetti all’integrazione, ossia: la moneta, il commercio e l’economia. E come potrebbe spiegarsi altrimenti la solidarietà degli Stati membri anche in momenti di crisi e l’aiuto reciproco – anche contro la veemente protesta di una parte della popolazione?
La decisione del Comitato per il Premio Nobel racchiude in sé un riconoscimento meritato, particolarmente benvenuto in questi tempi di crisi. Perché rappresenta un incoraggiamento.

Thomas Jansen – Sir Europa


Una storia di pace da continuare
La decisione unanime del Comitato norvegese che assegna il massimo riconoscimento ai costruttori della convivenza pacifica, se da una parte stupisce (lo hanno ammesso a chiare lettere alcuni responsabili dell’Unione), dall’altra suona come un giusto riconoscimento storico.
L’Europa comunitaria infatti è stata, e rimane, una grande area di pace e di democrazia, e ha contribuito a ricostruire, nel segno della “fraternità delle nazioni”, un continente (o ampia parte di esso) uscito distrutto e diviso dalla seconda guerra mondiale. E quando la forzata e triste divisione dell’Europa – segnata per decenni dalla minacciosa presenza della Cortina di ferro e dei sistemi comunisti – è stata superata, i Paesi dell’ex blocco sovietico si sono subito rivolti alla Comunità, avvertendola come un vicino affidabile, un solido aggancio allo Stato di diritto e un generoso partner sulla via della rinascita sociale ed economica.
La storia dell’integrazione europea narra dunque di un grande “sogno” di pace, che ha preso forma grazie al pensiero di pochi intellettuali, letterati ed eroi risorgimentali soprattutto a partire dal XIX secolo, compiendo però i primi veri passi politici dagli anni Cinquanta del Novecento. Pochi, illuminati politici di allora, fra i quali i cattolici Robert Schuman (Francia), Konrad Adenauer (Germania) e Alcide De Gasperi (Italia), seppero trasformare l’ideale della convivenza pacifica, fondata su valori condivisi, in piccole e progressive acquisizioni istituzionali, passando anzitutto per la via della cooperazione economica, per poi estendere il progetto alla coesione sociale, alla cultura, alla ricerca, allo sviluppo territoriale, ai diritti individuali e sociali, all'”azione esterna”.
È proprio questo processo politico, irto di difficoltà ma anche prodigo di successi, che il Nobel intende valorizzare e portare ad esempio al resto del mondo. “Per oltre sessant’anni” l’Europa comunitaria, si legge nella motivazione, “ha contribuito all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”. Il card. Reinhard Marx, presidente della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea), non a caso ha affermato che questo Nobel “è un segnale chiaro che conferma come l’Europa, secondo le parole di Jean Monnet, può essere un contributo a un mondo migliore”. L’arcivescovo di Monaco ha aggiunto: “Nonostante tutti i problemi con i quali ci stiamo confrontando in Europa, questo Premio ci ricorda fino a che punto l’integrazione europea ha contribuito allo sviluppo pacifico del nostro continente e quale parte essenziale vi hanno assunto i cristiani che si sono impegnati politicamente al servizio di questo progetto”.
Insomma, questo premio non può essere inteso come un punto di approdo, ma è semmai uno stimolo e un monito ad andare avanti con determinazione.

Gianni Borsa – Sir Europa