BOSNIA-ERZEGOVINA
Intervista con il card. Vinko Pulijc
Nel corso di un recente incontro promosso dalla Comece a Bruxelles sulle discriminazioni dei cristiani nel nostro continente, Sarah Numico, per Sir Europa, ha posto alcune domande al card. Vinko Pulijc, arcivescovo di Sarajevo. Due i temi affrontati: la situazione della Chiesa cattolica in Bosnia-Erzegovina e le attese del Paese nei confronti dell’Unione europea.
Come sta la Chiesa cattolica in Bosnia-Erzegovina?
“In Bosnia-Erzegovina c’è un grosso problema perché a livello di Stato non esiste uguaglianza per tutti. Siamo tre popoli con tre religioni diverse (serbi ortodossi, bosniaci musulmani e croati cattolici). Noi cattolici siamo un minoranza a livello numerico; dalla fine della guerra la nostra presenza si è ulteriormente ridotta, quasi dimezzata: sono rimasti gli anziani, perché i giovani sono emigrati. Nella realtà dei fatti i nostri diritti non sono uguali a quelli della maggioranza. Ad esempio a Sarajevo, dove la maggioranza è musulmana, per noi non è possibile ricevere attenzioni o sostegni in ambito amministrativo per i nostri problemi, nemmeno per quelli gravi. Penso che non possiamo più accettare di vivere questa situazione problematica, ma dobbiamo creare una società dove esistono i diritti umani, dove esiste l’uguaglianza per tutti. Nella quotidianità il popolo vive semplicemente, però il fatto di non avere gli stessi diritti appesantisce la situazione”.
Come sono i rapporti con le altre comunità religiose?
“C’è ancora tanto da fare, ma molto dipende dal livello politico. Quando non esiste uguaglianza a livello politico, questo diventa un peso anche per il dialogo. Ma, grazie a Dio, noi capi religiosi cerchiamo contatti tra di noi, abbiamo qualche progetto comune, anche attraverso il Consiglio interreligioso. Quest’anno ne sono il presidente e vogliamo fare qualcosa insieme”.
Perché guardate all’Europa?
“Quale alternativa? Non esiste alternativa! L’alternativa è la guerra! Bisogna creare una famiglia che abbia gli stessi principi democratici dell’Europa unita, vogliamo creare uno Stato normale. Oggi, invece, la Bosnia-Erzegovina non vive come uno Stato normale”.
Un aiuto dall’esterno potrà risolvere le tensioni interne?
“L’Europa dev’essere più fortemente presente in Bosnia, sia con i suoi principi democratici sia con i suoi investimenti, per permettere al nostro popolo di rimanere nel Paese. Il nostro Paese, però, è anche un esempio di piccola Europa e forse potrà un giorno aiutare la grande Europa”.
Eppure l’Europa oggi è in crisi, traballa…
“Bisogna aiutarla a uscire dalla crisi con principi morali, con i diritti umani, con responsabilità a tutti i livelli. Noi pensiamo di entrare in Europa per aiutarla anche con i nostri principi”.
” “” “
Mediterraneo: l’Europa torni ad essere un faro
L’Europa “è stata il faro del mondo e può tornare a esserlo a patto che i suoi Stati membri pongano come priorità l’unione e la solidarietà. L’integrazione economica e quella politica devono andare di pari passo. Oggi c’è bisogno di più Europa”. Ne è convinto Mustapha Azmany, ingegnere che presiede l’Association d’Amitié Maroco-Italienne e che a Rabat gestisce una sede di servizi, di patronato e Caf, del Movimento cristiano lavoratori (Mcl) nel quale si assistono i cittadini marocchini che entrano regolarmente in Italia, ma anche coloro che dall’Italia intendono rientrare in Marocco. Azmany era a Nicosia (Cipro) nei giorni scorsi, per partecipare al un seminario su “Le strategie europee 2020 e l’Europa mediterranea: le sfide strutturali del mercato del lavoro”, promosso dal Mcl (4-6 ottobre).
“In base alle cifre – ha detto l’ingegnere – l’Europa risulta essere la prima economia mondiale, eppure gli europei non sembrano rendersene conto. A causa dei loro dubbi, del loro auto-denigrarsi ritardano la ripresa che invece coinvolge altri Paesi”. Per Azmany “il vecchio Continente è vittima di una crisi economica e finanziaria che la pone a confronto con economie emergenti e con partner che ne mettono in discussione la leadership. Una crisi che ha evidenziato antiche carenze quali assenza di dinamismo demografico, poca innovazione, comunità e popoli poco integrati, mancanza di governance degna di questo nome”. L’ingegnere ne è convinto: “Non saranno i G8 o i G20 a far uscire l’Europa dalla crisi”.
La ricetta di Azmany per uscire dalla crisi è composta da due ingredienti: “Più unione e più solidarietà, puntando a una maggiore integrazione politica e quindi anche economica. L’Europa si apra alla mondializzazione ed eviti il protezionismo, riscopra i canali dell’innovazione, dell’iniziativa, della creatività. I concetti di ‘destra’ e ‘sinistra’ sono superati. I desideri di giustizia sociale, di apertura ai giovani, di maggiore etica si ritrovano in tutti i politici, sia di destra sia di sinistra”. “Solo un’Europa forte, non arrogante, solo un’Europa che si esprime politicamente ed economicamente a una sola voce può uscire dalla crisi e tornare a splendere come in passato”.