ITALIA

Le domande più grandi

”Intervista su Dio”: fede e ragione nel pensiero del card. Camillo Ruini

Tra fede e ragione “c’è una continuità profonda”, ma indubbiamente “anche una rottura, perché la fede ci chiede di credere e accogliere qualcosa che è del tutto imprevedibile per la ragione”, come “la croce di Cristo”, il “più eclatante” degli aspetti per i quali “la fede rompe gli schemi della ragione”. Il card. Camillo Ruini, già presidente della Cei e oggi presidente del Comitato Cei per il progetto culturale e autore del volume “Intervista su Dio. Le parole della fede, il cammino della ragione” (ed. Mondadori 2012), è intervenuto la sera del 13 settembre al primo dei tre appuntamenti che la televisione dei cattolici italiani Tv2000 (www.tv2000.it) dedica al libro; un dibattito nel corso del quale ha risposto alle domande di venti seminaristi della Fraternità di San Carlo Borromeo.

Perché è impossibile comprendere Dio. “Perché Dio è l’infinito, l’assoluto – la risposta del card. Ruini -. La mente umana è aperta ma limitata; vale la famosa frase di Agostino: se lo possiedi intellettualmente non è Dio”. “Quando prendiamo sul serio Dio – ha avvertito il porporato – la ragione umana è costretta ad assumere un atteggiamento umile”. Umiltà “difficile”, perché la ragione “è portata intrinsecamente a cercare di possedere, ma anche salutare”. Infatti, nel momento in cui “la ragione è consapevole dei suoi limiti, è meno in grado di superarli; quando invece non si accorge” di essi non è più “capace di uscire da se stessa per aprirsi veramente alla realtà”.

Perché interrogarsi oggi su Dio. “Molti – ha spiegato il card. Ruini – si pongono questa domanda”, e anche chi non lo fa “la porta in maniera inconsapevole dentro di sé perché ogni uomo ha in sé un’apertura all’infinito. Questo è strutturale, proprio dell’intelligenza e della libertà”. Del resto, l’apertura dell’uomo all’infinito “si mostra empiricamente anche senza parlare di Dio, prendendo in esame quel macrofenomeno che distingue l’uomo da tutto il resto”, ossia “la cultura e il suo sviluppo”. Un processo “senza fine, che va sempre oltre tutti i dati acquisiti”. Si tratta “di rendere l’uomo consapevole della sua apertura all’infinito”, senza “forzare la mano” ma anche senza rinunciare a porre la questione “perché, almeno a parole, a molti non interessa”.

Come guardare al futuro. “Con fiducia e in maniera impegnata”, ha risposto il card. Ruini, “perché dipende anche dalle nostre scelte, dalla nostra libertà” e “determinazione nel costruirlo”. Già a metà degli anno Ottanta, ha rammentato, Giovanni Paolo II affermava che “l’ondata sella secolarizzazione era ormai alle spalle”. Oggi i teologi e i sociologi non ritengono che la religione sia “un fenomeno superato” né che “mostri segni di stanchezza”. Tutto questo “si basa su quella radice profonda che è dentro l’uomo”.

Nuova evangelizzazione. Per il porporato, “come la sua forma più classica”, essa consiste nella “proposta di Gesù quale nostro unico salvatore”; in particolare si tratta di “testimoniare Cristo in tutti i contesti in cui la fede in Dio non è scontata e comunemente accettata”. Tuttavia questa “verità centrale della fede, la verità di sempre”, va annunciata in un modo che “sappia interpretare e rispondere alla cultura odierna. Naturalmente non basta proporla; bisogna testimoniarla sempre con la vita”. In questo “non c’è molta differenza tra vecchia e nuova evangelizzazione”. Oggi, ha riconosciuto il cardinale, “ciò che è molto richiesto è la testimonianza” perché viviamo “nella cosiddetta epoca della ricerca dell’autenticità”, nella quale “di verità non si vuole purtroppo sentire parlare, ma di autenticità si parla molto, e se la parola di qualcuno appare non autentica perché la sua vita” non le corrisponde, questi “non è credibile”.

Quale linguaggio. “Quello di Gesù – secondo il card. Ruini – rimane sempre il prototipo del linguaggio per parlare di Dio; naturalmente ciò non richiede particolari studi” ma nasce “dall’abbondanza del cuore o dalla conformità profonda che si vive con Gesù, dalla misura in cui Cristo è il punto di riferimento della nostra vita”. Occorre nondimeno anche “una infrastruttura razionale”, senza la quale “la fede diventa soltanto qualcosa di soggettivo, non comunicabile”. Non basta insomma essere convinti per proporre ad altri “una strada analoga”. La fede ha bisogno di essere testimoniata, “per quanto possibile, con ragioni che possano mostrarsi plausibili per tutti”.

Cuore e ragione. “Se si vuole parlare di un primato” nell’arrivare a Dio e nell’annunciarlo, ha precisato ancora il cardinale, “questo deve essere del cuore”, intendendo tale parola in senso biblico: “la profondità della persona”. Il porporato si è tuttavia detto “molto restio a contrapporre primati: cuore e ragione devono procedere insieme. Questo è il grande problema della nostra epoca: separare ciò che è distinto, ma nell’uomo è unito”. L’uomo è infatti “uno solo; pensa e ama in un’unità profonda”, fisica e interiore. “Se una parte non segue”, si genera in lui “una schizofrenia” che ne mette in pericolo anche “l’adesione alla fede”. Di qui il monito conclusivo a “stabilire non delle superiorità, bensì un’unità e una sinergia”.