GIUSTIZIA E PACE

Un messaggio da Malta

Sull’isola dove trovò rifugio san Paolo il seminario sulla primavera araba

La primavera araba ha sconvolto il mondo intero e a distanza di un anno è inevitabile tracciare un bilancio e pensare al futuro. Questo il presupposto alla base del workshop promosso dalla Commissione Giustizia e Pace Europa che si è svolto a Malta dal 14 al 16 settembre. Non è un caso che sia stata scelta proprio questa isola, perché “come San Paolo trovò qui rifugio dalla tempesta così hanno fatto migliaia di persone durante la crisi in Libia” ha ricordato Roderick Agius, presidente di Giustizia e Pace Malta. “Quest’isola è storicamente un crocevia di culture e religioni diverse ed oggi più che mai ricopre un ruolo centrale nel dialogo con i Paesi che sorgono sulle sponde del Mediterraneo” ha proseguito il presidente della Commissione, William Kenney, al quale ha fatto eco mons. Lawrence Gatt, pro vicario della diocesi di Malta. È stato “il sentimento di profonda ingiustizia che ha unito questi popoli nella lotta, al di là della razza o del Paese di origine e – ha concluso padre George Grima – si è fondato sul legittimo desiderio di pace e di fratellanza umana”. Ma quali sono stati gli scenari che hanno animato i moti di rivolta? Questa è la domanda alla quale hanno provato a rispondere i relatori intervenuti nel corso dei lavori della Commissione.

Il superamento dei regimi. Arnold Cassola, portavoce del partito dei Verdi di Malta, ha ricordato le strategie dei leader di Tunisia, Egitto e Libia, “per creare un cocktail esplosivo di brutalità, arroganza e nepotismo” che nella loro ottica avrebbe dovuto durare per decenni, privando le popolazioni della possibilità di svilupparsi e di veder riconosciuti i propri diritti: “Per ironia della sorte è stata, invece, proprio la modernità con le sue tecnologie a fornire gli strumenti necessari alla ribellione”. Ma se i leader hanno potuto godere a lungo di questo potere, è stato anche grazie ai legami d’interesse economico-commerciale che si celavano dietro ai rapporti con i Paesi dell’ovest. “La mia speranza – ha concluso l’esperto – è che le grandi potenze abbiano imparato la lezione e non ripetano più gli stessi errori, ma si impegnino a condividere le risorse in modo equo, garantendo pari opportunità per tutti”. In che termini si può però parlare di democrazia in questi Paesi? “Purtroppo il corso degli eventi non ha avuto l’esito esattamente sperato e voluto da parte delle forze politiche europee” ha rilevato George Vella, portavoce del partito dei Laburisti di Malta, ma “la Ue dovrebbe accettare tutti i governi democraticamente eletti perché non è nostro diritto giudicare le decisioni dei Paesi mediterranei”. Come ha puntualizzato il ministro degli esteri, Tonio Borg, “è importante riconoscere che le elezioni sono state ben condotte, respingendo ogni forma di paternalismo ed eliminando ogni forma di pregiudizio nei confronti dei movimenti islamisti, visti a priori come una minaccia per la democrazia”.

Favorire il dialogo e la cooperazione. Questa la strategia che l’Europa dovrebbe attuare verso i Paesi del nord Africa perché è importante che “a tutti gli individui venga garantita la libertà e il rispetto dei diritti umani” come è emerso dall’intervento di Godfrey Pirotta, docente di scienze politiche all’Università di Malta, per il quale il punto di partenza è che “ogni essere umano va visto non solo come un individuo a sé stante, ma anche come parte di una comunità”. Troppo spesso, invece, “i Paesi europei si ergono a modello di democrazia a priori, dimenticando la storia, la cultura e l’identità che caratterizzano i Paesi del nord Africa”. Ma dal confronto non sempre gli europei escono vincenti. “Prendiamo per esempio la famiglia. Nei Paesi del nord Africa – ha aggiunto Pirotta – rappresenta un vincolo importante e vedendo come invece questo valore viene svilito in Europa è difficile dimostrare che le democrazie europee siano un modello da perseguire”.

Il percorso verso la democrazia. Infine Emilio Platti, membro dell’Istituto domenicano per gli studi orientali e del Centro interdisciplinare per gli studi religiosi di Leuven (Belgio), attraverso un’attenta ricerca fotografica, ha ripercorso gli eventi dei moti di ribellione nei Paesi del nord Africa, in particolare l’Egitto, sottolineando come inizialmente la rivolta mostrasse unità di intenti tra cristiani e musulmani. Entrambi, quindi, dalla stessa “parte della barricata”, motivati non da ideali religiosi, ma dalla volontà di veder riconosciuta la libertà e di rivendicare il rispetto dei diritti umani. Solo in una seconda fase, in Egitto, le correnti fondamentaliste islamiche sono riuscite ad insinuarsi nella lotta, rompendo l’alleanza iniziale e condizionando il risultato delle elezioni presidenziali di maggio.
Alla luce delle testimonianze e degli interventi, anche il dibattito che ha animato i partecipanti si è focalizzato più che altro sull’auspicio che il “prezzo pagato in termini di vite umane” non sia stato vano, come ha anche sottolineato Paolo Dall’Oglio, conoscitore del nord Africa. Solo attraverso un dialogo costruttivo, nel rispetto dei diritti umani, si potranno raggiungere i risultati democratici auspicati. Non si possono però pretendere delle risposte immediate, bisogna dare il tempo a questi popoli di prendere coscienza di se stessi e del loro futuro.