ECCLESIA IN EUROPA

Tornerà la speranza?

In una “stagione di smarrimento” sono più che mai vive le parole di Giovanni Paolo II

Al primo posto nell’esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Europa”, pubblicata il 29 giugno 2003, è la questione della speranza. Papa Giovanni Paolo II esprime all’inizio della lettera i suoi pensieri su situazioni che disegnano con tristezza gli orizzonti culturali dell’Europa moderna. Secondo papa Wojtyla, l’Europa è in “una stagione di smarrimento”. Molte persone, anche i cristiani, sembrano disorientate. Affrontare il futuro li riempie di paura piuttosto che di speranza. La ragione di questa confusione – scrive Giovanni Paolo II – è “lo smarrimento della memoria e dell’eredità cristiana”. Molte persone vivono senza retroterra spirituale e senza un sostegno affettivo, come “eredi che hanno dilapidato il patrimonio loro consegnato dalla storia”. L’origine questo stato di cose è nei processi spontanei di secolarizzazione e di frammentazione dell’esistenza.
Cresce il vuoto interiore e sempre più di perde il significato della vita nella sua totalità. Giovanni Paolo II parla del “tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo”.
Da qui inizia la stagione dello smarrimento.
“Tra le espressioni e i frutti di quest’angoscia esistenziale – afferma il Papa nell’esortazione – vanno annoverati, in particolare, la drammatica diminuzione della natalità, il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, la fatica, se non il rifiuto, di operare scelte definitive in vita anche nel matrimonio”.
Sembra che la crisi demografica, che porta inevitabilmente alla crisi economica e alla successiva marginalizzazione dell’Europa nel sistema globale è qualcosa di così concreto che dovrebbe essere facilmente comprensibile anche ai politici. Purtroppo in molti Paesi d’Europa, invece di sostenere le istituzioni del matrimonio e della famiglia, da cui dipende il benessere della società, molti politici prendono provvedimenti per indebolirli.
Questo fenomeno può essere paragonato all’auto-danneggiamento del sistema immunitario che, a seguito di una grave irritazione, perde la capacità di distinguere tra il proprio corpo e un corpo estraneo. Così si compie quell’atto di “odio di sé” (J. Ratzinger) che è l’autodistruzione.
Queste parole potrebbero sembrare dure, ma come definire i percorsi legislativi per promuovere l’accesso all’aborto, i tentativi di ridefinire l’istituto giuridico del matrimonio, la tratta dei bambini come una merce da adottare, la demoralizzazione tra cosi detta educazione sessuale (cfr. Oms norma europea di educazione sessuale), l’eutanasia dei bambini e delle persone affette da demenza?
Si dice molto oggi sulla crisi , riferendosi alla crisi economica e finanziaria, ma l’Europa sta vivendo una crisi più grave cioè una crisi antropologica che ha effetti molto pesanti in tutti gli altri settori della vita dei suoi abitanti.
In questo contesto l’esortazione “Ecclesia in Europa” si rivela ancor più un documento sulla speranza, un messaggio di speranza. La diagnosi del Papa, ancor oggi puntuale, é necessaria al fine di scegliere correttamente il rimedio. Si deve affrontare con coraggio la malattia che sta consumando la nostra civiltà facendo crescere, nonostante tutto, la speranza.
Nella “Ecclesia in Europa” il Papa rileva, che la tentazione di spegnere la speranza è presente anche nella Chiesa e si presenta come una fede laica nel determinismo storico. Questa convinzione rende passivi i cristiani di fronte alle grandi sfide. Si diffonde la convinzione che nulla si può fare per invertire la tendenza disastrosa della civiltà perché: “io sono da solo, e loro sono tanti.”
Dio creando l’uomo, l’ha chiamato alla libertà, e ha inserito nel suo cuore la fame della speranza. Il futuro non è determinato. Nella nostra memoria non è ancora scomparsa pienamente la consapevolezza della vittoria sull’ideologia del male, che ha rivendicato il diritto di essere l’ultima grande narrazione sul senso della storia. Tutto è iniziato con il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II nella Sua patria nel 1979. Era la prima volta che anch’io mi rendevo improvvisamente conto che “noi siamo tanti”. Una consapevolezza e una responsabilità da tradurre in testimonianza intellettuale e operosa perché la speranza torni ad abitare l’Europa.