BALCANI" "
Intervista a mons. Dode Gjergji, amministratore apostolico di Prizren
Plaude al coraggio e alla responsabilità dei politici di entrambe le delegazioni, ringrazia l’Unione europea per il contributo dato a questa intesa e ricorda l’impegno della Chiesa del Kosovo nell’accompagnare questo processo con la preghiera. Il vescovo Dode Gjergji, pastore della Chiesa kosovara (circa il 5% dei due milioni di cittadini del piccolo stato balcanico), non nasconde la soddisfazione per i progressi nelle relazioni tra Belgrado e Pristina che potrebbero porre fine ad una situazione di conflittualità “non più vivibile” ed aprire la strada verso l’integrazione europea. “Le ferite del conflitto – dichiara mons. Gjergji a Michele Luppi per Sir Europa – sono continuate nel dopoguerra, creando quasi la convinzione che fosse una situazione irrisolvibile, una certa stanchezza e apatia molto pericolosa per la gente comune e anche per la politica”. Mons. Gjergji è reduce da un pellegrinaggio a Roma, insieme con i suoi fedeli. Una visita culminata nell’incontro con Papa Francesco: “Un momento di grazia che ha sorpreso ed arricchito tutti noi”.
Come avete accolto la svolta nei negoziati?
“La pace garantita solo dalle armi non era più sostenibile. Il capovolgimento di questa situazione era la prospettiva dei due popoli e due stati per arrivare alla pace con il dialogo, con il coraggio di cercare la soluzione di problemi ormai accumulati da decenni, nella prospettiva dell’integrazione reciproca e per potersi integrare nella grande famiglia dei Popoli d’Europa. Speriamo che dopo tutta l’amarezza del conflitto si potrà gustare il frutto della pace e della riconciliazione”.
Sono molte le sfide che attendono ancora il Kosovo, penso alla riconciliazione tra le comunità, allo sviluppo economico e allo stato di diritto. Che ruolo può giocare la Chiesa?
“La situazione dopo la guerra e l’intervento della Nato nel 1999 è cambiata completamente. Come Chiesa Cattolica, insieme alle altre Comunità religiose, abbiamo sempre creduto nell’aiuto di Dio, nella forza morale e spirituale dei credenti, nella possibilità della riconciliazione per tutti e con tutti. In questo senso abbiamo fatto anche alcuni gesti coraggiosi e quasi “profetici”: incontri regolari con i tre capi delle Comunità religiose – quella Islamica, la Chiesa ortodossa serba nel Kosovo e la Chiesa cattolica – per affrontare diverse questioni ed avere atteggiamenti comuni, dando il buon esempio ai nostri fedeli. Dopo un anno di incontri regolari, abbiamo costituito una commissione mista per lavorare nel concreto al dialogo ecumenico ed interreligioso. Come Chiesa cattolica siamo inoltre impegnati nel risvegliare il senso del diritto e del dovere, per promuovere il bene comune, il perdono e la convivenza a tutti livelli”.
Il nuovo accordo affronta il delicato tema delle municipalità a maggioranza serba nel nord del Kosovo. Un’area dove siete presenti attraverso la Caritas, con quale spirito e prospettive?
“La Caritas del Kosovo, insieme ad altre Caritas europee, si è impegnata ad aiutare ogni persona e famiglia minacciata dalla povertà, dalle malattie, dalla disoccupazione, dalla perdita dei propri cari nella guerra. Con questi aiuti materiali abbiamo cercato di migliorare il rapporto interetnico ed interreligioso, soprattutto a Mitrovica del Nord, dove i nostri collaboratori appartengono ad ogni etnia e religione. Una testimonianza quotidiana dell’unità nella diversità, la dimostrazione di come il pluralismo etnico e religioso non sia un impedimento insormontabile. Anzi, potrebbe essere una buona opportunità per un impegno diverso, autentico e genuino. Gli accordi di Bruxelles hanno dimostrato ad alto livello che ormai una buona parte crede e vive per questi valori umani e cristiani. Adesso è il compito di tutti, particolarmente dei credenti, passare dagli accordi sottoscritti all’attuazione nella vita quotidiana”.
La libertà di culto e la libertà di accesso ai luoghi di culto, in particolare ai monasteri ortodossi, sono tra i punti prioritari per l’Ue. Com’è oggi la situazione?
“La questione della libertà di culto e della comunicazione tra le Comunità religiose e il Governo è ormai oltrepassata, perché abbiamo fatto già un buon cammino comune in questa direzione. L’accesso ai monasteri serbi per la popolazione locale è una realtà. Il dialogo interetnico e interreligioso, come anche quello ecumenico, ha fatto progressi evidenti, creando un ambiente più disteso e sicuro per tutti. In base a questi principi ed esperienze, noi andiamo avanti, migliorando ed arricchendo sempre di più questo “mosaico” faticosamente composto e creato da 14 anni, sopratutto dal 2008 in poi”.
Scheda
Dopo l’accordo del 19 aprile a Bruxelles per la normalizzazione delle relazioni con il Kosovo è stato approvato il relativo piano di attuazione. L’accordo non costituisce da parte di Belgrado un riconoscimento formale dello Stato kosovaro ma prevede la creazione di una associazione delle comunità serbe del Kosovo, sia nel nord a maggioranza serba, sia nelle enclave serbe nel resto del Paese. Queste godranno di un’ampia autonomia (in particolare per polizia e giustizia) pur all’interno delle istituzioni kosovare. L’intesa potrebbe sbloccare la via verso l’Ue.