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Ridare vita alle radici cristiane: una riflessione del card. Kurt Koch
Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, è intervenuto nei giorni scorsi a un congresso a Seggau, Austria, sui temi dell’Europa e delle sue radici. Riportiamo una sintesi del suo intervento.
L’Europa oggi. “Piena accoglienza della vita e di ogni cosa creata” sono necessarie a un’Europa che corre il rischio di concentrarsi solo sulla redditività. Nella situazione attuale di questa crisi sproporzionata, acquista nuova attualità la domanda: “Un’Europa con l’euro come unica moneta comune potrà essere vitale? Non ha forse anche bisogno di una moneta spirituale e religiosa?”. La domanda può anche essere: “Il progetto dell’integrazione europea riesce a far fronte a qualunque tensione?”. Infatti, se l’Europa si comprende solo come un’unione economica, gli esiti dell’attuale crisi saranno rovinosi per la sua stessa identità. “L’Europa senza un ordine spirituale sarà in balia dei potenti”, affermava il card. König e questa è ancora “la sfida bruciante che dobbiamo affrontare oggi”. Se è evidente che l’Europa non è un’unità data dalla geografia, dalle lingue, dalle sue popolazioni, essa è però “un concetto storico e culturale”. Come aveva espresso Benedetto XVI nel 2011, l’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma (la fede in Dio del popolo di Israele, la razionalità filosofica dei greci e il diritto dei romani) è all’origine della cultura europea. Questi elementi sono cresciuti insieme nel cristianesimo, per cui “storia europea e storia del cristianesimo sono inscindibilmente legate”. Eppure, “in che cosa consistono oggi le radici cristiane e dove le si può oggi vedere?” e ancora “come rivitalizzarle?”
I tre principi. “La grande eredità del cristianesimo nella storia europea si può riassumere in tre principi, il principio della divinità, dell’umanità e della socialità, che devono essere delimitati, pena il rischio di sviluppi pericolosi”. “La persona e la società non possono veramente svilupparsi, senza un fondamento trascendente” è il significato del principio della divinità. Tuttavia “la situazione attuale dell’Europa è infettata da un panteismo impregnato di denaro, che è divenuto sempre più un dio terreno”. Il XX secolo ha mostrato come “un’umanità che non si fonda sul divino, molto velocemente si trasforma in bestialità”. Per contro, il principio di divinità “non contraddice i valori umani, ma sta a ricordare che valori importanti come la nazione o l’ordinamento statale restano valori umani, nella misura in cui non vengono assolutizzati e divinizzati”. Il “principio di umanità” deriva dal credere nel Dio creatore e quindi nell’inviolabilità della dignità umana, dell’uguaglianza e dei diritti umani. Ne consegue che “là dove Dio viene allontanato dalla vita sociale o accomiatato con estrema tolleranza, c’è l’alto rischio che anche la dignità delle persone venga presa a calci”. Lo si vede soprattutto “nello squilibrio tra la difesa giuridica e morale delle cose e la difesa della vita umana”. Credere nel Dio trinitario, che per la fede cristiana è a fondamento dell’essere persona e della sua caratterizzazione attraverso la relazione, ispira il terzo principio della “personalità sociale”, che si colloca tra i due estremi dell’egoismo individualista e del collettivismo socialista. La riconciliazione tra libertà individuale e socialità è la “base antropologica per l’equilibrio tra autonomia e comunità nel progetto degli Stati uniti d’Europa”.
Una laicità positiva. Ora “come queste radici cristiane possono avere effetto in una società che si comprende come secolarizzata e che ha una comprensione della vita che si è emancipata in generale dalla religione e in particolare dal cristianesimo”? La soluzione non è certo rincorrere il modello di cristianità, ma vivere in una “relazione libera e leale e in una collaborazione tra Chiesa e Stato”, ripensando “il senso e il significato di laicità”, come aveva affermato Benedetto XVI nel suo viaggio in Francia, nell’ottica di una “laicità positiva”, in cui l’ambito politico e quello religioso si riconoscono, rispettano e tutelano pur nella loro distinzione e differenziazione e restando elementi indispensabili della vita privata e della sfera pubblica dei cittadini.
Ecumenismo per una nuova evangelizzazione. Il cardinale ripercorre storicamente come le divisioni tra i cristiani siano esse stesse una delle cause della “privatizzazione” del religioso. “Questa analisi implica che il recupero della missione pubblica del cristianesimo presuppone il superamento delle divisioni ereditate in una ritrovata unità dei cristiani”. La celebrazione dei 500 anni della Riforma quindi deve essere anche occasione di pentimento, da entrambe le parti, per la tragicità di questa separazione. Una rivisitazione storica di questo tipo sarà un servizio per il movimento ecumenico, per la missione dei cristiani e per tutta la società. “Il cristianesimo potrà essere segno e strumento per l’unità dell’umanità solo nella misura in cui esso stesso saprà ritrovare l’unità”. In questo senso sta il valore “politico” del cammino ecumenico. Secondo il card. Koch, il progetto della nuova evangelizzazione dell’Europa funzionerà nella misura in cui non sarà “cacofonico”, bensì “sinfonico”, cioè ecumenico, e porterà i cristiani a essere “una diaspora sempre più percepibile”, in un contesto di pluralismo.