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Le Chiese cristiane e la “rivolta delle periferie”
Husby è il quartiere povero di Stoccolma, abitato da oltre 11mila persone, e lì, da una settimana, le notti sono segnate dalla violenza e dalla distruzione di auto, edifici. Una protesta che fatica ad avere un volto, un nome, un motivo, ma che è evidente. Fr. Fredrik Emanuelson Omi, vicario episcopale per la diocesi di Stoccolma, spiega a Sarah Numico per Sir Europa la fisionomia di questa nuova “rivolta delle periferie”.
Che cosa sta succedendo?
“Tutto è cominciato in un particolare quartiere di Stoccolma, Husby, dove un gruppo di giovani ha dato alle fiamme alcuni veicoli, ha danneggiato edifici e poi, la sommossa resa nota attraverso i mass media, si è allargata in diversi quartieri periferici di Stoccolma, con incendi alle auto e danneggiamenti. È difficile in questo momento fare un’analisi sulle cause di questi disordini. La polizia dice che le prime notti sono state più violente, ma che adesso, nonostante i fatti si ripetano, la violenza è considerevolmente minore. Naturalmente i mass media svedesi sono pieni di commenti e tentativi di analisi per capire questi giovani e che cosa li abbia spinti a questo genere di azioni. Si denuncia una mancanza d’integrazione o per lo meno d’incapacità a lavorare su questo punto come sarebbe stato necessario. Sentiamo parlare anche le persone che lavorano sul territorio, in quei quartieri, e dicono che molti dei giovani che loro incontrano sono certamente feriti, anche se molti giovani coinvolti non appartengono a quella zona della città e questo forse indica che ci sono anche degli elementi di teppismo che arrivano dall’esterno e che si sommano alla confusione e al disordine”.
Le Chiese come intervengono?
“In Svezia c’è un Consiglio delle Chiese cristiane molto attivo. Le Chiese membra sono circa 30, tra cui la Chiesa cattolica. In questo contesto, e in particolare insieme alle Chiese libere, cerchiamo di essere presenti in quelle zone e di dare appoggio morale, cercando di incontrare le persone, ma anche semplicemente stando lì, come sforzo ecumenico ed essere visibili in questa area. Husby è nella capitale un quartiere in cui la segregazione è molto evidente. Noi parliamo molto di integrazione, ed è una sfida che cerchiamo continuamente di rendere presente, ogni volta che riusciamo a farci sentire. Ci sembra che a crescere sia la segregazione tra i diversi quartieri della città, piuttosto che l’integrazione di cui tutti parlano, ma che poi resta difficile da realizzare”.
Incontrate anche quei giovani?
“Naturalmente, la violenza e la devastazione avvengono di notte; le persone che vivono lì e i genitori che hanno figli di quell’età hanno bisogno di parlare di quello che avviene. Anche se la situazione di queste persone è difficile, il messaggio è di non esasperare i toni con aggressioni che rendono il dialogo e il miglioramento molto difficili”.
Chi sono questi giovani?
“È difficile da capire. Alcuni giorni prima che gli incidenti cominciassero, a Husby una notte la polizia ha ucciso un uomo di 67 anni e questo omicidio ha innescato qualcosa. Inizialmente c’è stato uno scontro tra i giovani e la polizia, le autorità. Ora la tensione si sta diffondendo in altre zone della città e anche in altre città della Svezia, anche se non in modo così grave com’è avvenuto qui a Stoccolma. Hanno arrestato alcuni di questi giovani, e secondo la stampa, molti di loro sono incensurati. Vediamo però anche gruppi di giovani che intervengono in questa situazione non con l’aggressione e la violenza, ma cercando di migliorare la situazione del quartiere, con manifestazioni, dialoghi, iniziative. Vediamo un massiccio coinvolgimento di giovani che vogliono fare qualcosa in modo positivo. La Svezia è un paese molto secolarizzato, ma è anche un paese che tiene in altissima considerazione il valore della democrazia. Soprattutto i giovani quindi sentono la necessità di coinvolgersi per migliorare la situazione”.
Che cosa indica Husby per il futuro di Stoccolma e della Svezia?
“Il prossimo anno ci saranno le elezioni e quindi i partiti stanno stendendo adesso i propri programmi. Un punto sull’agenda politica è l’occupazione e in particolare quella giovanile. La disoccupazione è ai livelli europei, in modo particolare nella zona adesso in questione, dove i giovani si sentono isolati o meglio sentono che non sono ‘coinvolti’ in nessun senso. Diventa visibile che con la disoccupazione cresce una certa disperazione rispetto al futuro. In questi giorni molti politici visitano e cercano di rendersi visibili e di parlare con le persone per capire che cosa si possa fare”.