EDITORIALE
Un percorso inverso per ritrovare un’identità fondata su solidarietà, pace e giustizia
Forse c’è un po’ troppa autoreferenzialità quando si argomenta sul futuro dell’ Europa. È comprensibile perché i problemi da affrontare e i nodi da sciogliere tolgono il respiro e i due polmoni appaiono in affanno.
Tuttavia uno sguardo oltre le frontiere europee, non solo per quanto concerne i mercati mondiali che sono sempre ben osservati, può essere utile per rompere una crosta di scetticismo, di pessimismo che sembra sempre più indurirsi.
Non si tratta di sfuggire alla realtà e di chiudere gli occhi di fronte a una crisi sulla quale, come ora stanno ripetendo tutti, non soffia solo il vento di una finanza, di un’economia e di una politica malate.
Le analisi sono doverose e opportune ma non bastano: preso atto che il Vecchio Continente sta attraversando una crisi dovuta a un’eclissi di umanesimo e di umanità, si tratta di pensare e di offrire risposte di speranza magari ripartendo dalla missione morale, intellettuale e sociale dell’Europa nel mondo.
Potrebbe sembrare un percorso inverso a quello abituale e quindi rischioso ma l’esortazione apostolica “Ecclesia in Europa”, che compie 10 anni il 28 giugno prossimo, propone in questa direzione un pensiero alternativo a quello un po’ triste di oggi.
“Dire ‘Europa’ – scrive Giovanni Paolo II nella sua riflessione dopo la seconda Assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi (Roma, 1-23 ottobre 1999) – deve voler dire ‘apertura’. Nonostante esperienze e segni contrari che pure non sono mancati, è la sua stessa storia ad esigerlo: l’Europa non è in realtà un territorio chiuso o isolato; si è costruita andando incontro, al di là dei mari, ad altri popoli, ad altre culture, ad altre civiltà”.
La responsabilità “mondiale” del Vecchio Continente in un tempo in cui si accumulano conflitti, miseria e ingiustizia sembra passare in secondo piano di fronte alla difficile e incerta situazione interna ma se vuole avere un volto nuovo, si legge nell’esortazione, “l’Europa non può ripiegarsi su se stessa. Essa non può né deve disinteressarsi del resto del mondo, al contrario deve avere piena coscienza del fatto che altri Paesi, altri Continenti, si aspettano da essa iniziative audaci per offrire ai popoli più poveri i mezzi per il loro sviluppo e la loro organizzazione sociale, e per edificare un mondo più giusto e più fraterno” .
All’eco, ancora forte, delle parole di Giovanni Paolo II si affianca oggi la voce dolce ma altrettanto robusta di Francesco quando, richiamata la realtà delle “periferie” del mondo, chiede anche all’Europa una maggior consapevolezza del suo compito per la pace, la giustizia, la fraternità in tutti i Continenti.
C’è un altro pensiero della esortazione apostolica che rilancia a dimensione mondiale un valore che occorre ritrovare e rafforzare nella “casa comune”: la solidarietà.
“L’Europa – si legge – deve farsi parte attiva nel promuovere e realizzare una globalizzazione ‘nella’ solidarietà. A quest’ultima, come sua condizione, va accompagnata una sorta di globalizzazione ‘della’ solidarietà e dei connessi valori di equità, giustizia e libertà, nella ferma convinzione che il mercato chiede di essere opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società”.
Occorre far crescere la solidarietà interna perché cresca quella esterna: non è un’impresa impossibile e molti segnali, soprattutto dal territorio dove vivono le comunità cristiane, dicono che molti lavori sono in corso e molti cantieri sono aperti. Da una riflessione molto ampia e che a distanza di dieci anni rimane del tutto attuale, si coglie dunque la volontà pensata e operosa della Chiesa di contribuire alla crescita umana e spirituale dell’Europa nel rispetto delle autonomie dei diversi soggetti in campo.
E viene anche un messaggio ai cristiani che a volte esprimono letture più riduttive e rinunciatarie che critiche e propositive sull’Europa e sul suo futuro.
Scrive Giovanni Paolo II che “è necessaria una presenza di cristiani, adeguatamente formati e competenti, nelle varie istanze e Istituzioni europee, per concorrere, nel rispetto dei corretti dinamismi democratici e attraverso il confronto delle proposte, a delineare una convivenza europea sempre più rispettosa di ogni uomo e di ogni donna e, perciò, conforme al bene comune”.
Non è forse un monito ai cristiani perché non abbandonino l’Europa a se stessa? Non è forse un appello ad assumere responsabilità fondate su conoscenze rigorose e riflessioni lungimiranti? Non è un’indicazione preziosa in vista delle elezioni europee del maggio 2014?