EDITORIALE
L’accordo tra Serbia e Kosovo un passo avanti ma non un punto d’arrivo
Per questi territori si è combattuta al tramonto dello scorso millennio l’ultima guerra “europea”. Da allora il destino del Kosovo ha rappresentato non solo una ferita aperta per i governi di Pristina e Belgrado ma anche un ostacolo per il piano di Bruxelles di allargamento dei confini dell’Unione verso il sud-est del continente: un allargamento importante non solo per quello che i Balcani rappresentano economicamente e storicamente ma anche per la valenza altamente simbolica dell’area dove, quasi un secolo or sono, scoccò la prima scintilla del primo conflitto mondiale.
È stata quindi salutata con particolare soddisfazione, la notizia dell’accordo raggiunto la scorsa settimana fra Serbia e Kosovo per il futuro di quella che Belgrado non ha mai cessato di considerare ufficialmente una propria Provincia non riconoscendone la dichiarazione unilaterale di indipendenza pronunciata nel febbraio di cinque anni fa.
A risolvere il lungo e travagliato negoziato condotto con la mediazione europea, è la costituzione di un’associazione-comunità delle municipalità a maggioranza serba nel nord del Kosovo cui il Governo Thaci concede ampie autonomie in settori chiavi della vita sociale. E così i reati dei cittadini serbo-kosovari (circa 100 mila persone contro i due milioni di albanesi) verranno giudicati da una corte d’appello a maggioranza serba; alla minoranza è assicurata un’adeguata presenza in tutti gli ordini giudiziari del Paese e la guida delle forze di polizia nei principali quattro comuni serbi dell’area ma anche deleghe nei campi della salute e dell’istruzione… Entro l’anno, poi, gli abitanti della zona saranno chiamati al voto per eleggere gli organismi locali con la mediazione dell’Ocse.
Riconoscendo il controllo di Pristina sul Kosovo settentrionale, Belgrado ottiene il riconoscimento e la tutela della propria minoranza ivi residenti ma, soprattutto, supera il principale ostacolo al proseguimenti del Negoziato con i 27 per la propria adesione all’Unione. Un obiettivo che la Serbia deve assolutamente raggiungere per mettersi definitivamente alle spalle le tensioni e le violenze seguite alla disgregazione della ex Jugoslavia ma, soprattutto, per porre un argine alla grave crisi economica con cui la sua popolazione si trova quotidianamente a dover fare i conti.
Rinunciando al ricorso alla forza per definire il futuro dell’area, il Governo Thaci si vede premiato con l’avvio del percorso che potrebbe portare in tempi relativamente brevi (purché riesca a porre un freno alla corruzione dilagante nelle proprie istituzioni ed alla diffusa illegalità) agli Accordi di stabilizzazione ed associazione con l’Ue ma, soprattutto, ad una liberalizzazione dei visti. Gli abitanti del Kosovo, infatti, a tutt’oggi sono gli unici residenti nell’area balcanica a non poter godere delle facilitazioni concesse dall’Unione in tema di circolazione. E questo costituisce un notevole ostacolo alla ricerca di un lavoro all’esterno di un Paese dove un abitante su due è disoccupato.
L’accordo stipulato non deve però essere considerato un punto di arrivo , soprattutto in un’area dove troppo spesso l’unica certezza è la mancanza di certezze. Spetta ora a Bruxelles impegnarsi in prima persona perché alle parole seguano quei fatti concreti necessari ad una pacificazione definitiva dell’intera area attesa da troppo tempo.