ITALIA " " " "
Oratori: luoghi fecondi di evangelizzazione
In Italia sono circa 6mila, di cui la metà nella sola regione Lombardia. In estate vengono frequentati da un milione e mezzo di bambini e adolescenti: questi gli oratori, "fotografati" nella nota pastorale della Conferenza episcopale italiana (Cei) che porta la data del 2 febbraio 2013 e ha come titolo: "Il laboratorio dei talenti". Il documento è stato elaborato dalla Commissione episcopale per la famiglia e la vita e dalla Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali. Gli intenti della nota sono "riconoscere e sostenere il peculiare valore dell’oratorio nell’accompagnamento della crescita umana e spirituale delle nuove generazioni" e "proporre alle comunità parrocchiali, e in modo particolare agli educatori e animatori, alcuni orientamenti" (www.chiesacattolica.it).
Luogo di incontro con la vita buona. L’oratorio viene disegnato come "luogo fecondo di evangelizzazione". Missione, quella evangelizzatrice, che viene svolta in un "modo specifico" "nello stile e nel metodo, assumendo forme e attività adeguate alle esigenze e ai cammini sia del singolo che dei gruppi" e "accompagna nella crescita umana e spirituale inserendosi nel ritmo quotidiano delle persone e della comunità civile e proponendo iniziative, percorsi, esperienze, relazioni e contenuti che, in modo esplicito o implicito, vogliono favorire l’incontro con il Signore Gesù e con il suo dono di vita buona".
Laboratorio di fede e vita. In una prospettiva che vede l’oratorio – forte di 450 anni di esperienza educativa – come un "variegato e permanente laboratorio di interazione tra fede e vita", vengono formulati alcuni "criteri di discernimento" su aspetti della sua vita e della sua organizzazione: "la formazione e la responsabilità degli educatori, il rapporto con la pastorale giovanile, la catechesi", ma anche "le alleanze educative, in particolare con la famiglia, l’impegno delle aggregazioni ecclesiali, la sfida dell’integrazione sociale e culturale, l’animazione dello sport educativo, del gioco e del tempo libero".
Favorire il confronto e l’integrazione. In un contesto sociale, quello italiano, formato dal 10% di popolazione immigrata, gli oratori si pongono di fronte alla sfida dell’interculturalità come "uno dei luoghi più avanzati e maggiormente coinvolti nei processi di accoglienza e di integrazione dei figli degli immigrati". I ragazzi stessi, a confronto con i coetanei di altre nazionalità e di altre religioni, "aiutano le nostre comunità a crescere nella dimensione dell’apertura, della cordiale convivenza e della testimonianza della fede". Se "il linguaggio dell’accoglienza fa già parte, di fatto, del patrimonio e della sensibilità educativa dell’oratorio", quest’ultimo può "favorire un confronto, anche per superare una certa indifferenza diffusa, rispetto alle questioni più profonde dell’identità, compresa quella religiosa". Proprio il rispetto della sensibilità dei ragazzi e dei giovani di altre religioni richiede che "la partecipazione ai momenti più tipicamente religiosi non sia obbligatoria", pur offrendo "a tutti la possibilità di comprendere la tradizione cattolica, i contenuti della fede e delle espressioni spirituali".
Risposta alle nuove emergenze educative. Se, dunque, la presenza di ragazzi e giovani provenienti da altre culture e religioni è "motivo e occasione di ripensamento e di riorganizzazione della proposta oratoriana" occorre, secondo i vescovi, "misurarsi anche con situazioni di grave degrado sociale e culturale: di fronte a tali contesti, con lo spirito del buon samaritano l’oratorio si fa ‘prossimo’, reinventando modalità e iniziative per rispondere alle nuove emergenze educative". E "nell’auspicio che ogni interlocutore possa riconoscere la propria lingua" assume "volentieri" i linguaggi del mondo giovanile contemporaneo: in modo particolare "sceglierà di servirsi dei linguaggi del gioco libero e creativo, dello sport spontaneo e organizzato, della musica, della narrativa, del cinema e di altre dinamiche comunicative riconosciute, apprezzate e frequentate dai ragazzi".
Un’appartenenza "reale" e "concreta". A contatto con i "nativi digitali", l’oratorio si confronta con le novità dei new media, "trovando in essi stimoli per nuove proposte e percorsi educativi", "assumendo le possibilità delle nuove tecnologie digitali con intelligenza e prudente innovazione" , "abitando con naturalezza questi stessi mondi e ‘facendo oratorio’ anche dentro queste nuove tecnologie". Nello stesso tempo, l’oratorio garantisce ai ragazzi uno "spazio reale di confronto con il virtuale" per "capirne profondamente potenzialità e limiti". Così, se la realtà "rischia di diventare sempre più liquida e priva di peso specifico", l’oratorio offre "un’appartenenza reale, concreta, con obiettivi da raggiungere insieme attraverso esperienze dirette che permettono di misurarsi con se stessi e di percepire la proposta bella e affascinante della vita buona del Vangelo".