CHIESE D'EUROPA
Mons. Ambrosio (Comece) su figura cappellano e ponti fra fede e ragione
Si trovano ad accompagnare i giovani lungo il crinale forse più importante e delicato della loro vita. Quello del passaggio dal mondo giovanile al mondo adulto del lavoro. Sono i cappellani universitari. Presenti nella stragrande maggioranza delle università europee, animatori di iniziative, come pause caffè, incontri, sale studio, accompagnano gli studenti in questo particolare e appassionante momento della loro vita offrendo amicizia ma anche spazi di riflessione e approfondimento. La scommessa è alta: le società europee richiedono una generazione di cittadini in grado di aprire varchi allo stallo in cui l’Europa sembra essere caduta. E loro, i giovani universitari, hanno fatto scelte impegnative di studio, disposti a giocarsi tutto per guadagnarsi il futuro. In questa sfida esistenziale non hanno bisogno solo di conoscenza e professionalità, ma anche di orizzonti di senso più alti. “Fede e Scienza: prospettive per la cura pastorale universitaria in Europa”. Di questo hanno parlato a Parigi dal 4 al 7 aprile una quarantina di delegati nazionali di pastorale universitaria su invito del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). Una tre giorni di confronto e dibattito che ha lasciato spazio anche alla conoscenza della realtà francese della pastorale universitaria e a un incontro con gli studenti universitari. Maria Chiara Biagioni, per Sir Europa, ne ha parlato con uno dei partecipanti, monsignor Gianni Ambrosio, vescovo della diocesi di Piacenza-Bobbio e vice-presidente della Comece. È stato per 7 anni assistente generale all’Università Cattolica dal 2001 al 2007. Partiamo da qui.
Che esperienza ha avuto con i giovani universitari?
“La domanda è impegnativa perché stiamo parlando di un mondo variegato. Coloro che in un modo o nell’altro arrivano all’università, si trovano in un primo momento spaesati: il modo di studiare è diverso, hanno perso gli amici della scuola superiore. Riuscire quindi fin dall’inizio a offrire l’università come una casa ospitale e accogliente, credo che sia uno dei primi e più importanti approcci, anche dal punto di vista della cappellania universitaria. Perché solo a partire dall’amicizia si possono aprire le strade per un cammino di condivisione e riflessione”.
Il Papa ha lanciato recentemente l’invito ai giovani a non farsi rubare la speranza. Quanto pesa la paura del futuro, la disoccupazione, sulla speranza dei giovani?
“Io ho l’impressione che sui giovani oggi questa paura del futuro pesi meno di quanto noi pensiamo. Sanno cioè adattarsi assai più degli adulti a vivere in un mondo piuttosto incerto e provvisorio e a cogliere le nuove possibilità. Secondo me, hanno anche abbassato le loro istanze ideali. E proprio perché le hanno abbassate, sanno convivere bene con la precarietà e il provvisorio. Non credo, quindi, che sia venuta meno la speranza. Non credo che il futuro manchi del tutto all’orizzonte dei giovani. L’incertezza, però, non è una prospettiva positiva. Sarebbe cioè quanto mai importante abbatterla, come pure affrontare le difficoltà della disoccupazione. Ma questa sfida si presenta al giovane in una fase successiva al percorso universitario. Quando cioè, una volta finiti gli studi universitari, si affaccia al mondo del lavoro”.
Rimaniamo allora nell’università. Chi è il cappellano universitario?
“È innanzitutto colui che sa porsi in amicizia e in relazione. Insieme a questo primo binario ce n’è un altro che è quello di saper indicare come lo studio di una particolare disciplina influisce sulla vita. E questo è il livello di dialogo tra fede e ragione, necessario per avere una visione unitaria, globale, sapienziale dell’esistenza, e dell’uomo. E l’uomo è fatto di mente e cuore”.
Come sfatare però il mito secondo cui la scienza è innovazione e la fede è conservazione?
“Innanzitutto con l’esperienza personale e la testimonianza del cappellano. Se il cappellano è riuscito a fare sintesi nella sua vita tra fede e pensiero, allora questa sintesi la può mettere a disposizione anche degli studenti. In secondo luogo, si può anche dire che non vi è davvero possibilità di una innovazione seria, rispetto anche all’umano, se si trascura tutto ciò che la tradizione ci consegna. Come arte, come bellezza, come ricerca filosofica, scientifica: occorre allora saper fare tesoro di tutto quello che ci è stato offerto per guardare al futuro. Non pensare di essere noi al principio del mondo né che una particolare disciplina possa essere in grado di dire il tutto della vita e dell’esistenza umana. Ma non credo comunque che nei giovani universitari ci sia una contrapposizione così marcata tra il discorso religioso e il discorso scientifico. Credo, piuttosto, che questa contrapposizione sia frutto di una forma riduttiva di un certo pensiero che viene veicolato in maniera semplificata dai mass media. I giovani sanno fare convergenza”.
Di che tipo di cittadini ha bisogno oggi l’Europa?
“Avrebbe bisogno di cittadini che siano veramente tali, capaci cioè di prendere in mano la realtà, accoglierla con tutti i problemi ma capaci di andare oltre le difficoltà. Una delle cause più importanti che è all’origine dello stallo in cui ci troviamo, vi è la visione riduttiva della realtà umana. Abbiamo pensato, in Europa, di esaminare la realtà solo secondo un certo punto di vista e a un certo livello. E abbiamo perso la capacità di appassionarci alla vita e alla storia umana. Non abbiamo solo passioni tristi. Abbiamo anche un pensiero triste ed è triste perché è piccolo, riduttivo. Abbiamo allora bisogno di uomini capaci di quel grande slancio che ha fatto grande la nostra Europa. Ma se in essi viene meno il dinamismo spirituale, viene meno anche il dinamismo stesso della storia degli uomini. Con piccoli uomini dal pensiero piccolo, non si va da nessuna parte”.