EUROPA

Meno welfare, famiglie a rischio

Commissione Ue lancia l’allarme: l’austerità pesa sulla realtà sociale

“La crisi sociale in Europa continua a peggiorare e in diversi Stati membri non vi sono segnali tangibili di miglioramento. Le fasce più povere della popolazione sono state molto spesso quelle più colpite”. László Andor, commissario Ue per lavoro, affari sociali e inclusione, commenta l’ultimo “esame trimestrale sull’occupazione e la situazione sociale” diffuso il 26 marzo dall’Esecutivo di Bruxelles. Viene tratteggiato un mercato del lavoro in costante peggioramento, mentre “permane grave” la situazione finanziaria dei nuclei familiari, tanto da avere ripercussioni persino sul tasso di natalità.

“Unire gli sforzi”. In realtà gli interventi a carattere sociale e di welfare sono di competenza degli Stati membri, non dell’Unione europea. Ma, nella complessa architettura comunitaria, alle istituzioni Ue competono azioni di prevenzione, coordinamento, sostegno finanziario. Fra l’altro la strategia Europa 2020 per la crescita, la competitività e la coesione, delinea alcuni obiettivi riguardanti l’inclusione delle fasce meno abbienti, delle persone espulse da fabbriche e uffici, delle famiglie che la recessione ha collocato ai limiti dell’indigenza. “Sono sempre più evidenti in alcuni Stati gli effetti negativi dei tagli subiti dai bilanci pubblici e degli aumenti delle imposte sull’occupazione e sul tenore di vita”, si legge nel rapporto, mentre “l’immigrazione netta dall’esterno dell’Ue è rallentata”: anche gli stranieri cominciano a evitare l’Europa oppure a lasciarla non trovando opportunità di impiego e di inserimento. Di fronte a un quadro così problematico, Andor afferma: “I governi devono investire per ritrovare la strada di una crescita inclusiva e per dare alle persone la possibilità reale di vivere in modo dignitoso”, e ricorda che “il recente pacchetto della Commissione sugli investimenti sociali ha individuato i possibili percorsi”. “Ma abbiamo bisogno soprattutto di maggiore solidarietà: all’interno dei singoli Paesi, ma anche tra di loro. Potremo superare la crisi solo unendo i nostri sforzi”.

Minore protezione sociale. Fra i dati proposti dalla Commissione, si conferma la presenza di 26,2 milioni di disoccupati nell’Ue, “vale a dire il 10,8% della popolazione economicamente attiva”. Nei 17 Paesi che adottano la moneta unica i senza lavoro raggiungono l’11,9%: la differenza “nel tasso di disoccupazione tra i Paesi meridionali o periferici e il nord dell’area euro sfiora i dieci punti percentuali nel 2012”. Nell’Ue27 il prodotto interno lordo “è diminuito dello 0,5% nel quarto trimestre del 2012, la più grave contrazione dai primi mesi del 2009”. In tale contesto – ed è ciò che preoccupa la Commissione – la spesa complessiva della protezione sociale “è diminuita più rapidamente che non durante le precedenti crisi economiche”; l’inasprimento delle politiche di bilancio “ha colpito l’occupazione sia direttamente, riducendo i posti di lavoro nel settore pubblico, sia indirettamente, per la diminuzione della domanda macroeconomica aggregata”. I cambi apportati ai sistemi fiscali e previdenziali e i tagli degli stipendi “hanno generato riduzioni significative del livello di reddito disponibile delle famiglie, sottoponendo a una forte pressione il livello di vita dei nuclei a basso reddito”. La Commissione torna a chiedere “un’attenta considerazione delle riforme di bilancio, necessaria per evitare che le fasce sociali più povere siano colpite in modo sproporzionato, come è avvenuto in vari Paesi”, come Grecia, Estonia e Lituania.

Matrimoni e culle. Il rapporto trimestrale della Commissione si fonda su una serie di dati raccolti da Eurostat, altrettanto rivelatori di una realtà sociale che rischia di peggiorare. “A partire dal 2009 la fertilità ha arrestato il suo recupero” rispetto agli anni precedenti, afferma fra l’altro Eurostat, “e si è stabilizzata poco al di sotto di 1,6 figli per donna nell’Ue27”. Ancora: “L’età media delle donne al momento del primo parto ha continuato ad aumentare e ha raggiunto la soglia dei trent’anni”. L’incertezza economica pesa sulle nuove generazioni e sulle giovani coppie. D’altro lato, “la speranza di vita ha continuato a crescere e ha raggiunto i 77,4 anni per gli uomini e gli 83,1 anni per le donne”. Meno culle, più persone anziane: una prospettiva demografica dirompente, anche perché l’immigrazione dai Paesi terzi, che aveva finora arginato l’invecchiamento dell’Europa, è diminuita dal suo picco del 2007. A tutto ciò si aggiunga che il numero dei matrimoni è in forte contrazione nei Paesi dell’Unione europea e “ciò si traduce – secondo Eurostat – anche in un aumento dei bambini nati al di fuori del legame matrimoniale”. Nel 1990 il 17% delle nascite avveniva fuori dal matrimonio; nel 2000 il dato era salito al 27%, per raggiungere a fine 2011 il 40%. Differenze considerevoli si riscontrano tra un Paese e l’altro: nel 1990 circa la metà delle nascite extra matrimoniali si verificava in Svezia e Danimarca; vent’anni dopo la situazione è cambiata. Nel 2011 le proporzioni più elevate si registravano in Estonia (60%), Slovenia (57%), Bulgaria e Francia (56); i dati minori riguardano la Grecia (7%), Cipro (17%), Polonia (21%). Fra gli altri Paesi più grandi, l’Italia è al 23,4%, la Germania è al 33,9%, la Spagna al 37,4, il Regno Unito al 47,3%.