DIRITTI

Razzismo, stop all’omertà

Settimana d’azione europea contro la discriminazione verso gli stranieri

"Rendi il razzismo visibile": questo lo slogan scelto per la Settimana d’azione europea contro il razzismo, che ha come data simbolo il 21 marzo. In questa occasione si celebra, infatti, da quasi cinquant’anni la Giornata internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale. Un’iniziativa voluta dall’Onu come reazione all’omicidio di 69 dimostranti anti-apartheid a Sharpeville, in Sud Africa, avvenuto nel 1960. Grazie alla la Rete europea contro il razzismo (Enar), da anni durante questa settimana vengono promosse conferenze, workshop ed eventi vari per sensibilizzare i cittadini su un problema che oggi come allora si insinua e minaccia la società europea. Il tema di quest’anno è "Basta omertà e silenzio", perché per sconfiggere il razzismo occorre "rendere visibili i crimini d’odio e denunciare tutti i soprusi".

Partire "dal basso". "Nessun Paese europeo ha la fedina penale pulita nella lotta al razzismo, alla xenofobia e ai crimini ispirati all’odio razziale", ha dichiarato Viviane Reding, vicepresidente della Commissione Ue, in occasione dell’ultima sessione plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo (11-14 marzo). E per sottolineare la gravità della situazione la commissaria ha anche ricordato che la direttiva anti-discriminazione è ferma al Consiglio Ue da cinque anni e che di fatto "i reati legati all’odio razziale sono anche superiori a quanto registrato dall’Agenzia per i diritti fondamentali, perché spesso non vengono denunciati e quindi non sono perseguiti". Eppure l’Europa ha bisogno dei migranti, in particolare di quelli più qualificati, per far fronte all’invecchiamento della popolazione. Politiche specifiche in materia sono diventate una priorità e un primo passo in avanti è stato raggiunto nell’ultima plenaria, in occasione della quale l’Europarlamento ha votato a favore della risoluzione sull’integrazione dei migranti. Non bastano però le azioni dall’alto, insistono le istituzioni Ue, è dal basso che deve partire la volontà di cambiamento, basato sull’uguaglianza e sulla solidarietà, a prescindere dalla religione, etnia o cultura.

Il fenomeno in Europa. Stando però ai dati Enar, all’interno degli Stati membri permangono e si alimentano forme vecchie e nuove di discriminazione. In particolare, "la libertà di espressione è sempre più utilizzata per giustificare il ‘diritto di offendere’ le minoranze etniche e religiose e per incitare all’odio contro gli altri", spiegano gli esperti. Inoltre, "si sta diffondendo un’ideologia del ‘vittimismo bianco’, o ‘razzismo al contrario’, in base al quale le minoranze e le persone provenienti da altre culture vengono ritratte come un pericolo per la popolazione nativa, che rischierebbe di diventare una minoranza nella propria società". A questo atteggiamento distruttivo hanno contribuito gli stessi Stati europei e vari loro leader politici, incapaci di contrastare tali tendenze per il timore di perdere una parte del loro elettorato, nonostante i due terzi degli europei siano favorevoli – secondo Eurobarometro – alle politiche per la parità e la giustizia.

Gioco di squadra. L’Onu, in occasione di questo appuntamento annuale, ha lanciato una proposta: combattere le discriminazioni attraverso lo sport. Sport e diritti umani condividono, infatti, molti valori e obiettivi fondamentali. Ad esempio, i principi alla base della Carta olimpica, come la non discriminazione e l’uguaglianza, sono anche a fondamento dei diritti umani. Inoltre, "l’obiettivo dell’olimpismo è mettere lo sport al servizio dello sviluppo armonioso dell’uomo, al fine di promuovere una società pacifica interessata alla salvaguardia della dignità umana". L’attività sportiva, quando non cade essa stessa vittima di odio e violenza, si basa sull’autodisciplina, sul rispetto per l’avversario, sul fair play e sul lavoro di squadra. Aspetti questi che potrebbero contribuire a integrare i gruppi emarginati e a insegnare agli individui i valori necessari per prevenire e risolvere le tensioni sociali e i conflitti.

In campo le città. Per dare alla lotta al razzismo un’impronta sempre più internazionale, l’Unesco, nel 2004, ha invece creato la Coalizione internazionale delle città contro il razzismo. Anno dopo anno si è creata una rete di città interessate a condividere le proprie esperienze e a migliorare le politiche contro la discriminazione e la xenofobia. Secondo l’Unesco, "il ruolo delle autorità cittadine, come anche quello dei responsabili politici a livello locale, rappresenta la chiave per creare sinergie dinamiche". L’obiettivo finale è di creare una "rete di città", organizzata intorno a un "piano in dieci punti d’azione". Si tratta di impegni per altrettante aree di competenza delle autorità cittadine, da integrare nelle strategie comunali e politiche, coinvolgendo i diversi attori della società civile nella loro attuazione. Solo riformando società e comunità sarà, infatti, realmente possibile, secondo l’Unesco, mettere in pratica il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani secondo il quale "tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti".