ECONOMIA EUROPEA

Non c’è più solo il rigore

Il summit del 14-15 marzo ha aperto qualche spiraglio per crescita e lavoro

La parola-chiave del Consiglio europeo di primavera è "attuazione". Non si tratta di una presunzione giornalistica, bensì di quanto affermano i capi di Stato e di governo dell’Unione nelle "Conclusioni" del vertice. Il documento che mette un suggello ufficiale, e un po’ rituale, alla due-giorni dei capi di Stato e di governo a Bruxelles riconosce che i leader nazionali hanno fatto – pur con lodevoli eccezioni – poco o niente per applicare alcune decisioni assunte in passato, specialmente per quanto riguarda il Patto per la crescita e l’occupazione varato nel giugno 2012. Eppure, riconoscono gli stessi 28 leader (i 27 più la Croazia, prossima all’adesione), il percorso per uscire dalla secche della recessione non si può fermare al rigore sui conti pubblici, ma deve rilanciare investimenti, economia reale e, con essi, l’occupazione.

Accelerare gli sforzi… Come tutti i summit comunitari, anche l’appuntamento del 14 e 15 marzo si è chiuso con espressioni di "soddisfazione" e di "moderato ottimismo". In realtà si è trattato di un passaggio necessario per verificare la stabilità dei conti, la convergenza dei bilanci, le timide azioni per contrastare la recessione e creare posti di lavoro. Ma il problema della marcia rallentata dell’Europa non si colloca a Bruxelles, quanto nelle singole capitali degli Stati. Dove la politica si muove in base ai sondaggi di opinione (la Gran Bretagna di David Cameron insegna), alle prossime scadenze elettorali (basti pensare alla Germania), oppure ai nodi irrisolti sul piano dei bilanci pubblici (l’ultimo caso è quello di Cipro), della competitività dei sistemi produttivi (Italia), dell’efficienza del credito, della vivacità, o meno, del settore privato… Così dal summit è emerso l’ennesimo grido di allarme del presidente della Commissione, José Manuel Barroso: "Il Patto per la crescita ha avuto un’attuazione troppo debole e troppo lenta", e quei 120 miliardi promessi dagli Stati aderenti per far ripartire l’economia sono rimasti sulla carta. Si può fra l’altro notare che la prima parte del documento conclusivo del Consiglio Ue recita: "La stagnazione dell’attività economica prevista per il 2013 e i livelli di disoccupazione inammissibilmente elevati mettono in rilievo quanto sia fondamentale accelerare gli sforzi a sostegno della crescita in via prioritaria, portando avanti nel contempo un risanamento di bilancio favorevole" allo sviluppo. "Occorre concentrare l’attenzione sull’attuazione" – ecco il punto focale – "delle decisioni adottate, in particolare per quanto riguarda il Patto per la crescita e l’occupazione", che, ora lo riconoscono gli stessi leader, è rimasto inapplicato.

Rigore, crescita e lavoro. Prima di lasciare il summit, Barroso si è soffermato per una riflessione ad ampio raggio. "Veniamo da una crisi senza precedenti" e non è semplice "trovare un equilibrio" per gli interventi diretti alla ripresa che tengano conto delle difficoltà di bilancio, del rallentamento dell’economia, della disoccupazione. "Occorre percorrere insieme la strada del rigore e quella di iniziative per la crescita"; "su questo punto non si è avuto in Consiglio la formazione di due schieramenti contrapposti". Barroso nega dunque che il nord Europa, più "virtuoso" e competitivo, intenda chiudere la porta al sud e all’est del continente, dove si concentrano i principali nodi strutturali: Pil recessivo, modesti investimenti, minore produttività del lavoro e, in qualche caso, una maggiore instabilità politica. Il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, mostra dal canto suo di essere attento alla realtà dei fatti: "Tocchiamo con mano la disperazione e la frustrazione della gente" e "l’unica via d’uscita è affrontare le cause della crisi". La ricetta è in cinque punti, i quali, rispetto al passato, riconoscono la specificità di ogni caso nazionale: Van Rompuy ha voluto che nelle "Conclusioni" si affermasse in primo luogo il dovere di portare avanti un risanamento di bilancio "differenziato" e "favorevole alla crescita"; ma è altrettanto urgente "ripristinare la normale erogazione di prestiti all’economia", promuovere la competitività, lottare contro la disoccupazione, specie quella giovanile (da qui l’Iniziativa per i giovani con una dotazione di 6 miliardi di euro), e modernizzare la pubblica amministrazione. Argomenti questi che torneranno operativamente in agenda nei prossimi vertici (quattro nel solo 2013), assieme ad altri temi economici come unione bancaria, governance, energia, agenda digitale, organizzazione del sistema manifatturiero.

Verso la golden rule? Dunque al summit di marzo, nonostante tutte le difficoltà, l’Ue ritrova un po’ di coesione e la convinzione che debba essere intrapresa una qualche forma di "flessibilità" dei conti per favorire la crescita, anche per evitare – come hanno sottolineato il premier italiano Mario Monti, il presidente francese François Hollande e il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz – che la sola austerità, la mancanza di lavoro e le ristrettezze dei bilanci familiari "alimentino il populismo in Europa" (molteplici le citazioni del caso-Italia). La cancelliera tedesca Angela Merkel ha colto le richieste di Monti: "È assolutamente giusto che l’Italia – ha affermato -, con un deficit di bilancio inferiore al 3%", richiesto dalle regole Ue, "possa avere maggiore spazio sugli investimenti pubblici, come prevedono le regole del Patto di stabilità". È un mezzo sì alla "goldern rule", ossia alla scorporo degli investimenti pubblici dai parametri del Patto di stabilità. La Commissione dovrà avanzare nelle prossime settimane una proposta precisa, per chiarire quali sono gli investimenti da considerarsi in questa ottica, dato che il Patto non lo definisce con precisione.